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La legittimazione del potere in Macedonia: le tombe dei re

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

 

Spazio docente - insegnare storia

 
 

Per insegnare storia nei licei è necessario tener conto delle Indicazioni nazionali, nelle quali si sottolinea l’importanza della riflessione sulla natura delle fonti utilizzate nello studio della storia antica e medievale, grazie anche al contributo di discipline come l’archeologia e l’epigrafia. Appare dunque opportuno che i docenti facciano capire ai loro studenti che la ricostruzione storica è il frutto di un attento studio di molti documenti, senza i quali noi nulla potremmo sapere del nostro passato: per questo, i documenti non devono essere considerati una semplice lettura di approfondimento dei contenuti del manuale, ma devono essere presentati agli studenti come un vero e proprio punto di partenza dello studio della storia. Tra i molti argomenti del programma di storia del primo biennio di liceo che permettono una didattica fondata sull’uso delle fonti, appare di grande interesse quello sulla legittimazione del potere in Macedonia: a partire dalla metà del IV sec. a.C., infatti, i re di Macedonia Filippo II e Alessandro III stravolgono la geografia del potere nel Mediterraneo orientale, riuscendo prima a diventare gli egemoni della Grecia e, subito dopo, a conquistare l’Impero persiano che da più di duecento anni dominava i territori dell’Asia dall’Anatolia ai confini dell’India

La struttura della monarchia macedone

Prima di affrontare uno studio analitico dei fatti che portarono la Macedonia a dominare il Mediterraneo orientale, è importante far capire agli studenti la struttura della monarchia macedone caratterizzata da una stretta interrelazione tra il sovrano e il popolo, che accettava la legittimità del suo potere: tale legittimità doveva essere sancita e ribadita soprattutto nei momenti critici della successione, quando al nuovo sovrano doveva essere riconosciuta l’autorità del suo predecessore. Questo vero e proprio rito di passaggio si concretizzava nelle cerimonie funebri per il monarca defunto, organizzate e guidate dal successore designato, che proprio in questo modo ribadiva la legittimità del suo potere: punto finale e culminante di queste cerimonie era la deposizione delle ceneri del defunto nella tomba, che veniva poi sigillata per sempre e coperta da un tumulo che la rendeva di fatto invisibile. 

fig.1

Le fonti letterarie talvolta fanno cenno agli usi e ai costumi che caratterizzavano le tradizioni macedoni e in 

questo ambito si possono collocare anche i riferimenti alle sepolture ufficiali dei sovrani defunti (cfr. a es. Diodoro, Biblioteca storica, XIX 52.5, con la descrizione del funerale celebrato da Cassandro in onore di Filippo III Arrideo); questi riferimenti, però, sono divenuti particolarmente importanti nell’ultimo trentennio del Novecento, grazie a sensazionali scoperte archeologiche che hanno grandemente accresciuto le nostre conoscenze sulle tradizioni macedoni. 

Una unità di apprendimento in due lezioni
L’unità di apprendimento proposta si concentra sull’analisi della scoperta di una serie di tombe monumentali avvenuta negli anni settanta del Novecento, a opera di Manolis Andronikos, un archeologo greco dell’Università di Salonicco, ed è articolata in due momenti: nella prima lezione, dopo una breve introduzione alla geografia della Macedonia, viene presentata la storia delle scoperte archeologiche di Andronikos; nella seconda lezione, vengono mostrate e analizzate le immagini delle singole tombe; tenendo conto anche di eventuali osservazioni degli studenti, l’insegnante mostra agli alunni come attraverso l’analisi della fonte archeologica sia possibile comprendere il problema della legittimità del potere dei sovrani macedoni.
 

Prima lezione

La prima lezione inizia con la proiezione sulla LIM di una carta geografica del bacino del Mar Egeo nel mondo antico; viene poi proiettata una carta della Macedonia e l’insegnante spiega le principali caratteristiche fisiche di quel territorio, profondamente diverse da quelle della Grecia centro-meridionale e insulare. Dopo aver richiamato i passi più noti di Erodoto e di Tucidide dedicati alla Macedonia (cfr. Erodoto, Le Storie, V 17-21; Tucidide, La Guerra del Peloponneso, II 99-100), il docente passa al racconto della grande avventura umana e scientifica vissuta da Manolis Andronikos a Vergina, il piccolo villaggio situato lì dove fioriva l’antica città di Ege, che fu la sede della prima capitale del regno macedone e che, dopo il trasferimento delle funzioni amministrative a Pella, rimase, per i sovrani macedoni, il luogo della memoria, dove si conservavano e tramandavano le tradizioni fondanti della loro sovranità. Come è ormai universalmente noto, infatti, tra il 1976 e il 1980, lo studioso greco, negli scavi del cosiddetto Grande Tumulo di Vergina, ha portato alla luce una serie imponente di edifici antichi: tre tombe sotterranee e una costruzione di superficie, identificata con un heroon, cioè con un edificio sacro dedicato al culto di uno o di più defunti sepolti nelle vicinanze (fig.1). 
In base all’analisi tipologica e funzionale di questi eccezionali ritrovamenti, genericamente databili tra il secondo quarto e la fine del IV sec. a.C., è ormai opinione condivisa della critica che il Grande Tumulo fosse il luogo di sepoltura dei sovrani macedoni dell’epoca, ma molto si è discusso e ancora si discute sulla precisa identificazione dei personaggi lì tumulati, fermo restando che tra di loro sicuramente non c’è Alessandro Magno, visto che il suo corpo, come è noto da tutta la tradizione, circa due anni dopo la morte del sovrano, deceduto a Babilonia nel giugno del 323 a.C., fu condotto ad Alessandria d’Egitto dove trovò sepoltura per volontà di Tolemeo I.


Seconda lezione

Nella seconda lezione, la docente proietta sulla LIM una serie di immagini delle tombe ritrovate, analizzando con cura le caratteristiche delle singole tombe: la tomba I, che è la più vicina all’heroon, figura 2al margine del Grande Tumulo, è un monumento funerario ipogeo, del tipo “a cista”, composto da una sola camera funeraria di 3,50 m × 2,10 m, per un’altezza di 3 m; già completamente saccheggiata nell’antichità, conserva splendide pitture su tre delle quattro pareti. La tomba II (fig.2) posta al centro del Grande Tumulo e giunta intatta fino a noi, è una tipica tomba macedone con volta a botte, costituita da camera e anticamera, con una scenografica facciata dorica sormontata da un grande fregio con una iconografia di caccia (fig.3), fregio lungo 5,56 m e alto 1,16 m; anche la tomba III, intatta e situata immediatamente a nord della tomba II, è una tipica tomba macedone con volta a botte, costituita da camera e anticamera, con una facciata priva di semicolonne sormontata da un fregio, purtroppo oggi non più leggibile (fig.4). La lettura del fregio dipinto sulla tomba II è strettamente correlata all’identificazione del sovrano che era sepolto in questa tomba, identificazione che ha diviso la critica tra quanti ritengono che in essa fosse stato sepolto Filippo II e quanti, invece, pensano alla sepoltura di Filippo III Arrideo e della moglie Euridice; anche se la prima delle due ipotesi è stata sostenuta con vigore e fino alla morte dal prof. Andronikos, la seconda, proposta nel 1980 da diversi studiosi, in maniera indipendente gli uni dagli altri, sembra basata su argomenti che, pur non essendo in sé cogenti, formano un quadro coerente e omogeneo, tanto che anche alcuni di coloro che all’inizio avevano pensato a Filippo II ritengono oggi più probabile un’identificazione del defunto sepolto nella tomba II di Vergina con Filippo III Arrideo.


Il docente sottolinea in particolare le seguenti argomentazioni:

  1. la tomba II di Vergina presenta una struttura con volta a botte che è tipica delle grandi sepolture macedoni di età ellenistica, mentre le più antiche tombe “a cista” avevano una copertura piatta, come dimostra la stessa tomba I del Grande Tumulo: dato che l’uso della volta a botte era ignoto alla Grecia classica, mentre era noto da secoli nel Vicino Oriente, esso potrebbe essere stato appreso dalle maestranze edili al seguito di Alessandro, che lo avrebbero poi importato in Macedonia. figura 3L’influenza architettonica del Vicino Oriente è visibile anche nel fatto che nella tomba II di Vergina, come nelle altre tombe macedoni ellenistiche, la facciata non ha una funzione strutturale, ma ornamentale: in tutta l’Asia Minore, infatti, sono molto diffuse le tombe, tagliate nella roccia, con facciate ornamentali e non strutturali che, nell’Anatolia meridionale, sono spesso costruite secondo canoni greci, usualmente di tipo ionico.

  2. le numerose armi, difensive e offensive, ritrovate nella tomba II sono state accuratamente esaminate da molti studiosi, i quali hanno ipotizzato che alcuni di questi oggetti, vero e proprio simbolo della regalità macedone, dopo essere stati di Filippo II, fossero appartenuti ad Alessandro Magno e, poi, ereditati da Filippo III Arrideo, fossero stati sepolti con lui, perché quest’ultimo non aveva eredi diretti che, in nome della continuità dinastica, facessero propri questi cimeli. Un’ulteriore conferma di questa caratterizzazione di alcune delle armi “lasciate” al defunto deriva dal confronto tra la spada ritrovata nella tomba e quella che era raffigurata nel quadro dedicato alle nozze di Alessandro e Statira, quadro che conosciamo dalla copia ad affresco ritrovata a Pompei in un ambiente adiacente alla casa di Fabio Rufo: l’elsa della spada del re ha la stessa identica forma di quella ritrovata nella tomba II di Vergina e anche l’elmo dipinto ai piedi del sovrano presenta molte corrispondenze con quello deposto nella tomba II, che ben si accorda con la descrizione dell’elmo di Alessandro che leggiamo in Plutarco (Vita di Alessandro, 32.5).

  3. Nella tomba III, o del “Giovane Principe”, era stato sepolto un ragazzo di circa dieci anni che, secondo tutti gli studiosi, deve essere identificato con Alessandro IV, il figlio postumo di Alessandro Magno, ucciso, insieme a sua madre Rossane, nel 310: se è vero, come è comunemente ammesso, che il Grande Tumulo ricopre le tombe di più generazioni della famiglia reale degli Argeadi, nell’ipotesi che nella tomba II sia stato sepolto Filippo II, dovremmo domandarci perché Cassandro non gli avrebbe affiancato il monumento funebre del figlio Filippo III Arrideo, al quale, come ci dice esplicitamente Diodoro (Biblioteca storica, XIX 52.5), egli volle offrire un funerale in tutto e per tutto degno di un re dei Macedoni.

figura 4

Proprio in quest’ottica appare condivisibile l’ipotesi che vede nelle tre tombe del Grande Tumulo il luogo della sepoltura degli ultimi sovrani Argeadi sepolti a Ege, visto che il corpo di Alessandro Magno, come è noto da tutta la tradizione, fu condotto da Babilonia ad Alessandria d’Egitto e lì sepolto per volontà di Tolomeo I: la tomba I sarebbe, dunque, quella di Filippo II, la tomba II quella di Filippo III Arrideo (e della moglie Euridice), la tomba III quella di Alessandro IV, mentre l’heroon posto vicino alla più arcaica tomba I a cista indicherebbe il luogo di culto dedicato al ricordo di Filippo II per volontà del figlio.

A questo punto, il docente conclude la lezione osservando come la sontuosità delle tombe sepolte sotto il cosiddetto Grande Tumulo aveva lo scopo di sottolineare la legittimità del potere non solo e non tanto dei sovrani defunti e lì sepolti, quanto piuttosto dei loro eredi, che si erano fatti carico delle cerimonie funebri e degli onori resi ai loro predecessori.


Franca Landucci
Università Cattolica, Milano

 

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Franca Landucci

Università Cattolica, Milano

Tratto da NS 9, Maggio 2016

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