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L’io e le scienze senza soggetto. Hegel contro i nuovi positivismi

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

Spazio docente - insegnare filosofia



Rifacendosi all’insegnamento di Hegel, è possibile smascherare come illusorie le Scienze umane contemporanee, quando eliminano il soggetto dall’ambito dell’attività scientifica.
L’io, infatti, non è un intimo rifugio di sentimenti, ma risorsa di un sapere in grado di vivere e di alimentarsi.

 
 
È curioso come la società in cui viviamo, che ha enfatizzato da decenni la libertà, pensata senza limiti, dell’essere umano, sia sempre più oggi succuba di un sapere che contraddice apertamente questa concezione.
Il sapere scientifico che si occupa dell’essere umano come soggetto di atti e di legami, cioè le scienze umane e sociali (psicologia, antropologia, sociologia, psichiatria, ...) sembra cercare, in buona parte dei suoi esponenti, fondamento e sicurezza in procedure che tendono a eliminare il soggetto, cioè l’elemento produttivo, generativo e quindi libero dal cerchio dell’attività scientifica. È esempio eloquente il metodo di ricerca in psicologia definibile come cognitivismo e/o l’affermarsi progressivo dell’interesse e della stima per le neuro-scienze. Queste discipline non si limitano, come sarebbe lecito e necessario, a individuare in precisi ambiti di esperienza e di linguaggio le cause dei fenomeni secondo lo stile della scienza moderna (cioè esperienza più teoria come ipotesi), ma caricano spesso senza rigore critico i loro asserti di un valore universale ed escludente.
Il concetto freudiano di “disagio della civiltà”, pur, come è noto, schivo da voli e da consolazioni spiritualistiche, esprimeva però la coscienza di un enigma che l’essere umano porta con sé. Non avviene così invece per certe correnti comportamentiste e cognitiviste che procedono sicure a formulare teorie e pratiche in grado di conoscere e di controllare delle strutture che ospiterebbero le cause della umana esperienza. Pensiamo a quegli stili di ricerca, e anche di cura, intorno ai malesseri psicologici, neurobiologici, biologici che individuano nel funzionamento fisico-chimico di sinapsi nervose o in certi casi nel funzionamento calcolabile e necessario del DNA, la chiave di spiegazione delle patologie e dei comportamenti.
Si tratta di un mero ritorno, trionfante, del positivismo ottocentesco? Non si tratta, io credo, tanto e solo di una magari accresciuta grossolanità di saperi in rapporto alla complessità dei problemi e degli strumenti odierni e anche in rapporto al senso di un problematicismo, in qualche modo umile e critico, che forse per qualche istante ancora caratterizza il tono del sapere contemporaneo.
Si tratta, io credo, di cause più radicali o, se si vuole comprensibili anche in modo più banale. Per esempio, non molto tempo fa, è stato sostenuto in convegni neuro-psichiatrici che alcuni individui non conoscono l’esperienza del rimpianto, della nostalgia dolorosa a causa dell’assenza di una certa reazione chimica in certe sinapsi cerebrali. Non entro in merito alla questione che non è di mia competenza (per altro segnalo che tale teoria è stata smentita da altri neuropsichiatri nell’ambito degli stessi convegni). Voglio solo sottolineare il movente di una certa dose di compiacimento scientifico che saluta come liberante il fatto che l’essere umano possa non soggiacere più al vuoto del dolore e alla vertigine della libertà. Una saggia condotta delle scienze chimico-fisiche potrà risolvere e amministrare i problemi e le dis-funzioni umane.
Questo auspicio sembra rivolto non solo al singolo, ai singoli, ma anche e soprattutto ai legami fra i singoli, cioè ai legami sociali. Un controllo neuro-biologico e comportamentale della vita del soggetto potrà evitare interpretazioni, rischi, differenze inedite e impreviste e portare la pace sociale.
Questa concezione del sapere scientifico sembra invece costituire una censura proprio dell’elemento costitutivo del sapere scientifico che implica una domanda, una sorta di dis-giuntura in cui può vivere un soggetto non semplicemente dominatore di un progetto e di un dominio che rende gli individui meri atomistici ingranaggi della macchina sociale.
 
Scienza senza soggetto? Il soccorso di Hegel.
L’insegnamento di Hegel va ripreso nel suo smascherare come illusoria una scienza senza soggetto, perché il soggetto, l’io non è solo una sorta di rifugio intimo di sentimenti, ma la risorsa di un sapere in grado di vivere e di alimentarsi di un dislivello che è strutturale al desiderio: custodia della verità di un sapere.
Nel travaglio di costituzione del sapere moderno ed essenzialmente nel passaggio dall’anima alla coscienza la struttura antropologica dell’uomo ha vissuto una dislocazione interna che ha ridefinito in profondità le forme dell’esperienza umana e il sapere circa tali forme. Il desiderio dell’io e il linguaggio in cui tale desiderio si esprime sembrano prodursi in riferimento a un’assenza, a una mancanza che è raddoppiata e per così dire di secondo grado, ma in un senso diverso dal modo in cui l’uomo antico si avvertiva mancante al cospetto del Vero-Bene-Bello come costituente gli enti. Nell’io moderno la mancanza si situa nella scissione tra sé e il proprio linguaggio, tra l’oggetto del desiderio e l’oggettivazione del mondo che, innescata da quel desiderio, finisce per deluderlo sostanzialmente. In tal modo l’Io, per accedere a sé, si trova solcato e inciso da una divisione che attraversa la sua stessa parola: qui sembra radicarsi il chi della persona nella sua accezione moderna. Io tento di dire di me, ma in questo tentativo mi trovo a ricadere nella inesorabile spinta oggettivante di linguaggi precocemente formalizzati: oggettivato in un linguaggio che funziona da solo, e in cui il chi diventa un Io impersonale (soggetto trascendentale). L’Io sarebbe allora in grado di produrre una scienza di sé?
È Hegel che all’indomani della Rivoluzione riprende il pensiero di Kant e tenta la grande ricucitura gnoseologica e spirituale di un essere umano diviso dal suo sapere/sapersi. Contro il privilegio delle scienze fisico-matematiche della natura che Kant aveva tra l’altro cercato di arginare confinandole nella zona del già noto, cioè della natura come una parte della totalità, Hegel solleva la questione del movimento generativo di tali scienze. Non si può separare un discorso scientifico dal suo attore e dalle condizioni e dai luoghi della sua genesi. Ciò è chiamato da Hegel metodo, questione del metodo, della scienza e del suo funzionamento. Non si può, sostiene Hegel, separare un metodo da una scienza, il metodo cioè non si aggiunge, come dall’esterno, a un discorso scientifico che avrebbe valore autonomo a livello del suo enunciato, a livello di una sua “verità” che sarebbe appunto “vera” al di fuori e indipendentemente dal suo movimento di riproduzione, dal percorso in cui tale verità del discorso si è costituita e di cui è stata effetto.
Tutto ciò può essere inteso in termini tecnicistici in un senso sia linguistico sia gnoseologico. Per Hegel invece la questione del metodo sta a indicare la non immediatezza del vero e la dinamica mai immediata, ma sempre mediata del costituirsi della pensabilità stessa della verità.
Detto altrimenti non c’è per Hegel verginità puntuale e invulnerabile dell’origine.
 
 

***


Da NS 8, marzo 2016, pp. 58-60.



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