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Pro-vocati dalla vicenda di Rozzano

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

Della vicenda di Rozzano, in questi giorni si è già molto letto e scritto.
Ma qual è questa vicenda?
Pare che il previsto concerto natalizio della scuola primaria previsto per il 21 dicembre p.v. sia stato spostato al 21 gennaio, per poter evitare qualsiasi associazione dell’evento al Natale e al carattere confessionale della festa. Peraltro, la scuola è fin da ora già abbondantemente decorata con addobbi natalizi politically correct, compreso un bel Babbo Natale (anzi, tre) rappresentati secondo quella che ormai, dalle raffigurazioni di Thomas Nast in poi, è la sua consueta iconografia.
Il ‘pare’ deriva dal fatto che, al di là delle tante ricostruzioni a posteriori e a latere proposte dalla stampa, è difficile risalire alla fonte di quanto accaduto (si tratta di scelte tempestive –o intempestive- del dirigente? È vero invece che lo spostamento  del concerto fu deliberato in Consiglio di Istituto fin da settembre? Si è trattato di un ‘no’ restituito alla disponibilità di due genitori che volevano insegnare ai bambini le canzoni della tradizione cristiana del Natale o di un ‘no’ al Natale tout court?). La storia che dà origine e prepara a scelte ed azioni, per comprenderne il senso non andrebbe mai trascurata e solo chi l’ha vissuta può testimoniarla fino in fondo. Neanche tracce documentali vengono in nostro aiuto, dal momento che la sezione ‘Circolari’ del sito dell’istituto Garofani è, fatta salva l’ultima, la N.7 ‘Natale e dintorni’ nella quale il Dirigente commenta l’accaduto, vuota come un frigorifero dopo le vacanze.
Non è la prima volta che l’annoso dibattito sul rapporto laicità-festività-integrazione-multicultura  prende forma nelle scelte di un Istituto Scolastico che sono, ricordiamolo, autonome nel rispetto dei vincoli di Legge, primi fra tutti quelli stabiliti dalla Costituzione (artt. 3, 8, 19, 33…). Le scelte progettuali, organizzative e culturali che descrivono il profilo identitario delle scuole sono presentate nel Piano dell’Offerta Formativa.
La lettura del P.O.F. dell’Istituto Garofani[1], purtroppo, non ci aiuta a dirimere la questione: come spesso accade è uno spazio documentale dove si salva tutto, rischiando di non salvare nulla. Sì, perché nel prendere una decisione, nel fare delle scelte, occorre che le ragioni siano fondate, argomentate, chiare nelle loro matrici e fedeli ad esse. Se nel P.O.F. si parla di ‘comunità straniera’ per definire tutto ciò che non è italiano, (rischiando di fare di tutta l’erba un fascio), o di ‘un’ottica di multiculturalità sempre più europea’ (cambiando forse i termini del centrismo rispetto al passato, ma non cambiandone la natura centralista), in un mélange tra inserimento ed integrazione, omogeneità e valorizzazione delle differenze, è difficile poi, all’atto della scelta, avere riferimenti chiari, se non certi, e i punti d’inciampo si presentano come amplificati.
Queste le parole dalla viva voce del Dirigente, in risposta alle domande di un giornalista: «Non credo che sia un passo indietro il fatto di rispettare la sensibilità di persone che appartengono ad altre culture e ad altri credo religiosi. Non mi pare che sia un passo indietro, mi pare che sia un passo in avanti verso l’integrazione e il rispetto reciproco. Certamente se noi avessimo organizzato un concerto a base di canti religiosi dopo quello che è accaduto [i fatti di Parigi, n.d.r.] forse qualcuno poteva interpretarla come una provocazione, forse anche pericolosa.»[2]
Colpisce, e positivamente, il termine ‘provocazione’. È una parola dal significato molto bello, soprattutto in questi tempi, soprattutto pensando a esseri umani dotati di ragione e responsabilità: provocare significa chiamare ad un confronto,  a mettersi in gioco, a non evitare il contatto con quanto non rientra nel mio campo cognitivo o nei miei schemi. Ciò che è bello provoca, ciò che è vero, o ciò che viceversa ci costringe a capire e rendere più chiaro ciò che è vero, e bello, e buono per noi.
Provo a farmi provocare dalla non provocazione del Capo d’istituto: cosa succederebbe se andassimo a fondo della linea di condotta che egli ci indica? Non potremmo, certo, ammirare la Pietà di Michelangelo, perché il soggetto è religioso, ma neanche Il Pensatore di Rodin, icona laica, perché, in origine, esso rappresentava Dante in meditazione innanzi all’abisso dell’Inferno. Non potremmo godere di un Messiah di Haendel, e nemmeno della domanda disperata e autentica di un’Alda Merini, o di un Montale, dove l’aconfessinalità non è mai una censura alla ricerca del senso religioso dell’esistenza umana.
Allora il problema non è la provocazione, ma che cosa farsene; ovvero scegliere la possibilità di incontrare la realtà nell’umiltà del riconoscere che essa è sempre molto più ricca del nostro sguardo su di essa –come una provocazione ricevuta può farci scoprire- ma anche nella consapevolezza che ciò che la tradizione consegna nelle nostre mani è a sua volta occasione per altri di lasciarsi provocare, e perciò di allargare il campo di coscienza. Questa è la strada dell’integrazione.
Altrimenti, caro Dirigente, non andrà bene neanche l’auspicata e teoricamente neutra Festa d’Inverno perché, sa, potremmo urtare la sensibilità culturale di molte persone dal momento che in tanti Paesi l’Inverno non c’è, né, di questi tempi, c’è molto per cui festeggiare.
 
 
Cristina Casaschi 
30-11-2015 







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