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Editoriale del fascicolo 2 di Scuola Italiana Moderna

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

a cura di Caterina Lazzarini

Il 2 ottobre è la data che le Nazioni Unite hanno scelto per celebrare la giornata internazionale dedicata alla “non-violenza”: la scelta ha un alto valore simbolico, in quanto il 2 ottobre è il giorno della nascita di Gandhi.
Io non so quanto il nome di Gandhi sia vivo nelle riflessioni dei giovani studenti di oggi: certo lo dovrebbe essere, come lo è stato tra gli anni ’60 e gli anni ’70 del Novecento, proprio in quanto ispiratore dei vari movimenti pacifisti che in quegli anni turbolenti radunavano giovani e politici di peso, in rivolta contro il modello sociale ed economico che andava prendendo piede nel mondo occidentale. 
Quando un altro grande del Novecento, Martin Luther King, il 28 agosto del 1963, pronunciò il suo discorso al Lincoln Memorial di Washington noto ancora oggi per le parole I have a dream, che magistralmente aprivano il suo disegno di un futuro di giustizia che ponesse fine al razzismo, fu facile per gli opinionisti ravvisare analogie con il pensiero di Gandhi. Il discorso seguiva, tra l’altro, una memorabile marcia per i diritti civili, che venne chiamata la «Marcia su Washington per il lavoro e la libertà», e che aveva radunato all’incirca 250.000 persone in difesa dei diritti degli afro-americani. Questa marcia era senza dubbio erede di un tipo di manifestazione inaugurata da Gandhi. Ma si può dire che ogni passo avanti compiuto nel ventennio che seguì la fine della Seconda guerra mondiale verso l’abolizione di pregiudizi, barriere sociali e discriminazioni razziali, e a sostegno di un’idea di società che ripudiasse la violenza e la guerra (che della violenza è metafora globale), di fondo si è ispirato alla filosofia e all’azione praticate da Gandhi, riassumibili per tutti nella forza visiva delle sue marce, all’insegna di una disobbedienza civile pacifica e organizzata.
«La “non-violenza” [= Ahimsa in sanscrito, n.d.r.] – scriveva Gandhi – è il primo articolo della mia fede. È anche l’ultimo articolo del mio credo.» Una fede e un credo sostenuti con coerenza incrollabile, fino alla morte, avvenuta nel 1948, e sicuramente vivi e vitali ben oltre la sua parabola esistenziale.
Se, con un cortocircuito temporale, guardiamo al nostro presente, troviamo altre marce non violente, che in tempi molto recenti hanno attirato e attirano l’attenzione dei potenti del mondo. Si tratta delle marce a difesa del pianeta note come Fridays for future che, a partire dalla prima protesta della studentessa svedese Greta Thunberg nel 2018, hanno aggregato stuoli di giovani nel mondo in manifestazioni a difesa dell’ambiente e del clima. 
Lungi dal voler mettere sullo stesso piano azioni che hanno portata, impegno e anche rischio personale da parte degli organizzatori assolutamente imparagonabili a quelle di Gandhi, dobbiamo comunque riconoscere che anche questi movimenti studenteschi affondano le loro radici in quel metodo prima sconosciuto di affrontare battaglie di civiltà da lui inaugurato. In modo assolutamente non violento, la solitaria Greta e le centinaia di migliaia di giovani che l’hanno seguita hanno puntato il dito contro un’altra espressione di violenza, rispetto a quella aspra e cruda, visibile a tutti, del colonialismo (e delle varie forme di sopraffazione che ne sono seguite nei decenni a ridosso della Seconda guerra mondiale): quella subdola, tanto cieca e globale quanto pervicace, contro il nostro pianeta, che mette a rischio il futuro delle generazioni a venire. 
È facile accusare questi movimenti studenteschi di velleitarismo e scarsa presa sulla realtà, ma tutti sappiamo che il loro fine deve diventare obiettivo comune di tutti, pena la scomparsa definitiva dell’equilibrio ecologico che rende possibile la vita sulla Terra. A questo ci ha richiamato nel 2015 l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’, con profondità spirituale (e con il sostegno dell’allora Segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon). 
Il 2 di ottobre potremo aprire anche nelle nostre classi una riflessione sul significato di questa nuova battaglia, all’insegna della “non-violenza”.

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