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Concorso a cattedre 2016. Psicologia dello sviluppo

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

[Da: Manuale concorso a Cattedre 2016. SostegnoEditrice La Scuola]


Sommario:
Intelligenza e intelligenze 

Diverse componenti o concezione unitaria 

Diverse abilità, diverse intelligenze 

Competenze che interagiscono

Intelligenze e apprendimento

Intelligenza emotiva in atto

Difficoltà emozionali


 

Intelligenza e intelligenze
 
Se si chiede a qualsiasi non specialista cosa si intende per intelligenza, vi saranno elencati tre tipi generali di capacità: la capacità di risolvere i problemi, la capacità verbale, la competenza sociale. La visione dell’intelligenza come espressione di capacità differenti e articolate si afferma anche nella letteratura psicologica, a seguito di un percorso scientifico caratterizzato per il tentativo di misurare l’intelligenza, percorso che ha occupato buona parte del secolo scorso.
 
Nelle pagine che seguiranno si darà un quadro sintetico dello stato della ricerca sul concetto di intelligenza e, in particolare, di come gli studi sono passati dall’idea di una intelligenza unica, al concetto di più intelligenze diversificate. L’importanza di questi passaggi diviene più chiara nel momento in cui ci si trova a parlare di educazione, e in particolare di come questa possa essere intesa e tradotta proprio come attenzione alle differenti capacità degli alunni. Si parlerà infine di un particolare tipo di intelligenza, quella emotiva. 
 
Diverse componenti o concezione unitaria 
 
In sostanza, come si è sviluppata sin qui la ricerca? L’intelligenza è stata considerata inizialmente come una componente unitaria e trasferibile ai differenti ambiti dell’apprendimento. Successivamente si è giunti a una visione plurale, che assume in sé varie e diverse componenti (si veda Boscolo, 1997). 
 
Alla fine del secolo XIX, Alfred Binet, psicologo francese, creò il primo test per misurare l’intelligenza, costituito da una serie di prove eterogenee, che spaziavano dalla comprensione sensoriale alla conoscenza linguistica. Questi test, usati prima con alunni considerati “a rischio” della scuola elementare di Parigi, furono poi rielaborati e ampiamente utilizzati con i bambini americani grazie al lavoro di Lewis Terman. In questa fase si era affermata una concezione dell’intelligenza intesa come abilità ad apprendere, composta da molteplici elementi. 
 
Nei primi decenni del secolo scorso, con la teoria monofattoriale di Spearman e la diffusione del quoziente intellettivo o QI, emerge una concezione unitaria dell’intelligenza, rappresentabile da un singolo numero. Il quoziente intellettivo consiste in punteggio che riassume la prestazione di un individuo in una serie di test destinati a valutare diversi aspetti dell’intelligenza. Tuttavia il QI assume nella sua sinteticità il carattere unitario di misura dell’intelligenza globale. Spearman individua nell’intelligenza un unico fattore g, inteso come una forza trasferibile da un’operazione mentale a un’altra, caratterizzato in particolare dai processi di ragionamento logici, dalle inferenze, dalle analogie e dai sillogismi. 
 
Negli anni Trenta questa concezione unitaria dell’intelligenza appare riduttiva e viene messa in crisi con il contributo di Louis L. Thurstone, che elabora una teoria dell’intelligenza costituita da abilità generali non riconducibili a un fattore unico, le abilità primarie. Queste capacità primarie sono le seguenti: comprensione verbale, fluidità verbale, capacità numerica, capacità di visualizzazione spaziale, memoria, ragionamento, velocità percettiva. Si definisce un nuovo approccio in psicologia che sostituisce all’idea di intelligenza come abilità unitaria quella di un insieme articolato di abilità. 
 
Diverse abilità, diverse intelligenze 
 
Gli psicologi contemporanei tendono a concordare con la posizione di Thurstone. Le scoperte fatte nel campo dell’intelligenza artificiale, della psicologia dello sviluppo e della neurologia, hanno rafforzato l’idea che la mente consista di parecchi moduli indipendenti o intelligenze (Fodor, 1999). Tale idea trova espressione nel contributo di Howard Gardner che ha elaborato la teoria delle intelligenze multiple (1983; 2005). 
 
Gardner definisce l’intelligenza come la capacità di risolvere problemi o di creare prodotti che sono apprezzati in uno o più contesti culturali. Gli esseri umani si sono evoluti in modo da processare più tipi di informazione, ciascuno legato a un particolare contesto ambientale, arrivando a possedere almeno “sette forme di intelligenza” separate tra di loro, che sono le seguenti: logico-matematica, linguistica, musicale, spaziale, corporea, interpersonale, intrapersonale. 
 
Competenze che interagiscono 
 
A queste sette intelligenze, Gardner ne ha successivamente aggiunta un’ottava, l’intelligenza naturalistica, riferita alla capacità di riconoscere e trattare piante, animali e altre parti dell’ambiente naturale e ne ha ulteriormente ipotizzato una nona, l’intelligenza esistenziale, che concerne la capacità di saper riflettere sulle tematiche fondamentali dell’esistenza e la propensione al ragionamento astratto per categorie concettuali universali. 
 
Queste intelligenze sono indipendenti le une dalle altre; tutti gli individui normali possiedono le intelligenze, ma queste non sono connesse tra loro; lo sviluppo di un bambino in un dominio non consente previsioni sullo sviluppo negli altri settori. 
Le intelligenze però interagiscono l’una con l’altra: la soluzione di un problema matematico espresso verbalmente richiede competenze linguistiche e logico matematiche; l’esecuzione di una danza richiede l’intelligenza corporea, ma anche quella musicale. 
 
Intelligenze e apprendimento 
 
Il concetto di intelligenza, in rapporto all’apprendimento e all’educazione, ha pertanto subito delle profonde modificazioni (Mason, 2006). L’intelligenza da abilità cognitiva monolitica, innata, trasferibile e applicabile in un’ampia varietà di compiti 
e situazioni è ora concepita come una molteplicità di abilità dominio-specifiche, ovvero capacità che sono strettamente connesse alle discipline scolastiche, mediante le quali si impara a conoscere e a pensare in maniera differente. Queste abilità possono 
essere insegnate con un miglioramento nelle prestazioni scolastiche, superando la visione che considerava l’intelligenza come un’abilità cognitiva innata, scarsamente modificabile. 
 
Educare le capacità significa promuovere i differenti aspetti dell’intelligenza con la medesima attenzione, superando una visione tradizionale dell’istruzione, che ha valorizzato soprattutto le abilità linguistiche e logico-matematiche degli alunni. 
L’educazione può essere così intesa come attenzione alle differenti capacità degli alunni, che si traducono in diversi percorsi educativi, formativi e lavorativi, i quali possono garantire successo e gratificazione in aree differenti dell’apprendimento e della conoscenza. 
 
Intelligenza emotiva in atto 
 
La valutazione del quoziente intellettivo, riferita alle tradizionali capacità logico-matematiche, verbali e spaziali, effettuata tramite gli ormai diffusi test di intelligenza, ha talvolta infatti uno scarso valore predittivo relativamente al successo nella vita professionale e, più in generale, in quella sociale. Tutti noi, infatti, abbiamo sicuramente presente almeno una persona che, pur con un presumibile elevato QI, ha risultati modesti o addirittura mediocri nel campo del lavoro e della riuscita sociale, ad esempio amicale o di coppia. 
 
La nozione di intelligenza emotiva, descritta da Howard Gardner nelle due forme, intrapersonale e interpersonale, è stata sviluppata nelle sue molteplici componenti e conseguenze pratiche da Daniel Goleman, che distingue le competenze personali, che permettono di cogliere i diversi aspetti della propria vita emozionale, dalle competenze sociali, che permettono di comprendere e di rapportarci efficacemente con gli altri. 
 
 
L’ANALFABETISMO EMOZIONALE HA UN COSTO
 
Carlo è sempre stato uno studente modello, ottimi risultati scolastici, un buon percorso universitario e finalmente l’opportunità di un lavoro in un’azienda leader di settore. Dopo un mese riceve una lettera dall’azienda che gli comunica di essere spiacente, ma di non poter proseguire il rapporto di lavoro per mancato superamento del periodo di prova. Che cosa è successo? Carlo ripensa alle sue ottime competenze tecniche, alla sua padronanza della materia, a quanto sia stato sempre apprezzato negli anni da insegnanti e genitori, e pensa anche a come altri colleghi, con una preparazione ben inferiore alla sua abbiano avuto la conferma del contratto. A che cosa è dovuto quindi questo suo insuccesso? Il motivo di quel che è accaduto è da ricercare nel fatto che la facoltà che governa ambiti rilevanti dell’esistenza come la vita lavorativa, o personale, non è l’intelligenza come si è soliti concepirla, ma è qualcosa di ben più articolato, dato da una sinergia in cui hanno un ruolo importante fattori quali l’autocontrollo, la perseveranza, l’empatia, l’attenzione agli altri. È l’intelligenza emotiva, che permette di governare le emozioni e di guidarle nelle direzioni più opportune; proiettati alla ricerca di benefici sul lungo termine, piuttosto che alla gratificazione di desideri più immediati.
 
Più nel dettaglio, l’intelligenza emotiva personale comprende:
 
  • la consapevolezza di sé, che ci consente di dare un nome e un senso alle nostre emozioni negative, aiutandoci a comprendere le circostanze e le cause che le scatenano; permette inoltre un’autovalutazione obiettiva delle proprie capacità e dei propri limiti, così da porsi obiettivi realistici, per raggiungere i quali si effettua una pianificazione, in base alle risorse personali più adeguate per raggiungerli;
  • l’autocontrollo, che implica la capacità di dominare le proprie emozioni, non negandole o soffocandole, ma esprimendole in forme socialmente accettabili, nel rispetto delle regole del vivere sociale, riconoscendo le proprie responsabilità e i propri errori, rispettando gli impegni presi e portando a termine i compiti assegnati;
  • la capacità di automotivarsi, anche di fronte alle difficoltà o agli imprevisti rispetto a quanto prefigurato. Questa capacità è data dalla presenza, al contempo, di ottimismo e di spirito di iniziativa, attitudini che spingono a perseguire i propri obiettivi, reagendo attivamente agli insuccessi, agli imprevisti e alle frustrazioni. L’intelligenza emotiva sociale è invece costituita dalle caratteristiche che ci permettono di relazionarci positivamente e di interagire in modo costruttivo con gli altri:
  • l’empatia, cioè la capacità di riconoscere le emozioni e i sentimenti negli altri, entrare nel mondo dell’altro, percependo il suo universo interiore come se fosse il nostro, mantenendo tuttavia la consapevolezza della sua alterità;
  • la comunicazione, intesa come capacità di parlare agli altri, facendo coincidere il contenuto esplicito dei messaggi (trasmesso verbalmente) con le proprie convinzioni ed emozioni (trasmesso, a volte involontariamente o inconsapevolmente, attraverso il linguaggio non verbale). Comunicare in maniera efficace è anche saper ascoltare e fare domande, mantenendo una reale attenzione alle risposte emotive dei nostri interlocutori. 
 
Difficoltà emozionali 
 
In alcuni casi, al lavoro, a scuola, nel vivere quotidiano ci troviamo di fronte a persone caratterizzate da quello che possiamo indicare come analfabetismo emozionale. Conseguenza di questo possono essere: episodi di violenza e turbolenza tra bambini e adolescenti e maggiori difficoltà in ambito sociale. 
 
Esemplificazioni di queste criticità, riscontrabili attraverso l’osservazione dei nostri alunni o di chi ci circonda possono essere: la preferenza a restare soli, a rimuginare in silenzio, l’essere privi di energia, il sentirsi infelici, il dipendere eccessivamente dagli altri, frequenti vissuti legati ad ansia e depressione, la sensazione di essere soli, il nutrire molte paure e preoccupazioni, l’avere bisogno di essere perfetti, il vissuto di non sentirsi amati, il sentirsi nervosi o tristi. Talvolta si evidenziano anche difficoltà nell’attenzione e nella riflessione, con incapacità o forte difficoltà a stare seduti in aula, la tendenza a fantasticare a occhi aperti, con conseguenti forti difficoltà a seguire la lezione, l’agire senza riflettere, l’essere troppo nervosi per concentrarsi, l’ottenere risultati scolastici scarsi, l’incapacità di distogliere la mente da un pensiero fisso. 
 
Ultimo, ma di primaria importanza per bambini e ragazzi con scarsa alfabetizzazione emotiva è inoltre il rischio di debordare verso l’aggressività e comportamenti antisociali. Indici rivelatori di questo pericolo possono essere la tendenza a mentire e imbrogliare, a litigare spesso, a trattare gli altri con cattiveria, il pretendere attenzione, il distruggere oggetti di altri, l’andare contro le regole a casa e a scuola, l’essere testardi e di umore mutevole, il prendere in giro gli altri in modo eccessivo, l’avere un temperamento collerico. Ciascuno di questi problemi o criticità, se considerato isolatamente, potrebbe non destare preoccupazione, ma, se trascurato, può rivelarsi predittivo di difficoltà emozionali che sorgeranno in seguito. 
 
Proprio per quest’ultimo motivo, risulta particolarmente interessante il punto di vista di Goleman, che sottolinea come, mentre l’intelligenza legata al QI tende a stabilizzarsi, l’intelligenza emotiva può altresì venir appresa, perfezionata e insegnata, attraverso un adeguato allenamento, focalizzato soprattutto sulla rilevazione e la lettura dei sentimenti e delle emozioni, nostre e degli altri, indirizzandoli in senso costruttivo. Ritorneremo sul tema con un successivo contributo, per proporre esemplificazioni di strumenti che possano favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva in ambito scolastico.
 
 
[Da: Manuale concorso a Cattedre 2016. SostegnoEditrice La Scuola]
ScuolaTest - manuale concorso a cattedre 2016







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