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Teologia e liturgia dell'immigrazione: per una testimonianza di civiltà

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

L'incontro di aprile per il ciclo I Lunedì della “Scuola” ha fatto riflettere su accoglienza, fede e speranza a partire dal testo Bibbia e Corano a Lampedusa, volume che segue la rotta dei migranti del Mare Nostrum sulle tracce dei testi sacri rinvenuti dopo i naufragi sulle coste della “porta d'Europa”.
Con la partecipazione del curatore del volume, Arnoldo Mosca Mondadori, del sacerdote Fabio Corazzina ed il giornalista Massimo Tedeschi si è ricomposto il volto umano di chi, universalmente, cerca riscatto e dignità.  

Chi ha letto questo libro dice di aver passato delle notti insonni tra le sue pagine. Un'insonnia “buona”, che tiene svegli alla ricerca di senso.
«Perché Bibbia e Corano a Lampedusa è un testo perturbante, sconvolgente», ha difatti sottolineato Massimo Tedeschi, «che porta innanzitutto a rivedere il lessico dell'immigrazione: da massa indistinta i migranti divengono individui, e non si può parlare di 'minaccia culturale' dinnanzi a gente che prega (e per giunta lo fa come noi, sui nostri libri sacri), tanto meno di 'emergenza' per un fenomeno di dimensioni bibliche, epocali. Oggi, adesso, 600mila immigrati sono in attesa di sbarcare a Lampedusa».
Il Mediterraneo, «scenario liquido di una guerra a bassa densità», è per il giornalista fonte di forti provocazioni. Innanzitutto di tipo religioso - «visto che parliamo di una migrazione di credenti» -, ma anche culturale: «in questo libro si discute un'idea di Museo della condivisione, il che mi fa pensare ad un'Ellis Island d'Europa, dove si trovano sia l'esodo corale che la dimensione individuale dell'immigrazione. Nel fuoco del dramma c'è chi giustamente pensa a come lasciare una testimonianza».
A queste provocazioni si aggiunge una riflessione di tipo geografico, riuscendo grazie a questo testo a capire su Lampedusa, «scoglio d'Africa ed Europa», cose sconosciute; «come il grande sincretismo religioso», ha commentato Tedeschi, «di una terra la cui storia, fatta di esodi, ha radici profondissime».
E la politica? «Le immigrazioni non si possono combattere».

Sostare davanti ai brani rinvenuti dopo i tragici eventi dell'ottobre 2013 – salmi e sure, stralci di liturgie che hanno accompagnato i “viaggiatori della speranza” - ha portato don Corazzina a porsi una domanda esistenziale: «Perché ci rivolgiamo a Dio, in situazioni così tragiche? Per bestemmiarlo o pregarlo? In queste pagine troviamo tutto lo spirito di un Uomo bisognoso di riscatto, di una terra nuova. In queste pagine meditiamo sulla libertà del vivere».
Ogni lode, ogni lamento – da Giobbe, alle sure coraniche, alle lettere di un diacono etiopico – è, per il sacerdote, segno concreto di una fede grande che spinge oltre ai propri limiti, al di là del drammatico “non ce la faccio più”.
«La fiducia è necessaria per vivere l'oggi», ha commentato don Corazzina, «cancellare la speranza è infatti la tragedia teologica più grande. Dio poteva fare tutto, ma si è fidato di noi: fidarci di Dio ci porta a fidarci dell'uomo. Le preghiere di chi lotta fra la vita e la morte sullo specchio d'acqua del Mediterraneo non sono giaculatorie, ma testimonianze che tolgono il fiato. Riportano a persone che hanno messo la propria vita nelle mani di Dio». La dimensione di fede che ne emerge fa capire come questa sia «lotta e resistenza al male, vita vera».

Anche se, spesso, di fronte a temi così grandi prevale il silenzio, «elemento essenziale che accomuna nell'orazione», ha commentato Mondadori. Il cui intento, con questo libro, è di «restituire una memoria, resistente al tempo, dello spirito dell'uomo presente sui barconi, sfumando ogni confine per dare una testimonianza corale di civiltà. Altrimenti questa resta una triste storia monca, fatta di news urlate al tiggì, di soli numeri». Un "breviario", insomma, da sfogliare con la pace nel cuore.
Ma anche con un'indignazione di fondo - «le politiche dei respingimenti, pianificati a tavolino: il pensiero di di donne e bambini stipati in containers abbandonati nel deserto libico» -, e qualche certezza: «siamo tutti migranti, ognuno ha la sua croce».

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