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01/04/2014   3  Dal Gruppo  

Parlare di Dio: “impossibile”, ma necessario

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

Quanto è attuale parlare di Dio? Andrea Aguti – autore di Filosofia della religione –, monsignor Giacomo Canobbio e il professore Oreste Tolone l’hanno fatto, seduti attorno ad un tavolo per il ciclo I Lunedì della “Scuola”. Sollevando temi, perplessità e speranze che richiamano profondamente, da sempre, la natura essenziale dell’Uomo.

“Inattuale è considerare la religione nell’ambito della riflessione, e non del sentimento – ha evidenziato Canobbio –, quando oggi ognuno sceglie il proprio Dio, mentre il linguaggio del ‘sentire’ è diventato pervasivo. Questa ‘costruzione privata’ nega ogni valore veritativo alla religione stessa”.
Considerando che “il Dio personale” è emerso nella nostra società come esito del pensiero post-moderno, per emanciparsi da una religione troppo dottrinaria (“anche se – ha commentato il monsignore – quest’ultima esiste solo nella mente e nei libri degli accademici: c’è sempre stato ampio spazio alle devozioni, in tutte le religioni”), il paradossale risultato di un’‘intimità forzata’, della “privatizzazione” della devozione, è stata una dispersione delle radici del culto, indebolendo i germogli del credo.
“La religione ha a che fare con Dio e con i suoi attributi – ha proseguito Canobbio – conoscibili in forma analogica. L’apertura a Dio come meta alla quale si può giungere con verità comunicabile e condivisibile è l’unico presupposto per trovare una koinè. Non esiste infatti dialogo senza un orizzonte di verità”.
 
Se, per il monsignore, “chiudere gli occhi della mente nel dire sì a Dio” è un atto che porta alla cecità interiore, il professor Tolone ha ammesso come il “pudore del pensiero verso l’oggetto della riflessione” lo spinga a ritenere la “soluzione poetico-mitico-sapienziale” come più appropriata rispetto ad una rigorosa ratio.
“Di quale filosofia abbiamo bisogno?”, si è chiesto Tolone, prendendo atto che “la filosofia della religione è il momento nel quale la ragione fa l’estremo sforzo per superare sé stessa”, disciplina liminare al limite delle proprie possibilità.
Sin dalla notte dei tempi, il dibattito tra chi sostiene che in queste speculazioni la ragione incontri l’infinito o soltanto il proprio riflesso è acceso. Ed oggi vi si aggiunge lo spettro dello “scientismo”, delle neuroscienze che analizzano il cervello per trovarvi spiegazioni onnicomprensive (“la biologia di Dio – ha commentato il professore – non è più utopia”), unitamente al problema dell’esperienza religiosa come postulato: qualcosa che non si spiega, ma si fa. “Come dialogare, allora – ha domandato Tolone – con i tanti ‘indifferenti’ di oggi, con coloro i quali credono che la religione sia qualcosa di anacronistico? Rafforzare la ‘dimensione antropologica’ della religione stessa permette di intendersi dovendo ancora acquisire un assunto di base. Consci solo dell’esistenza di quell’‘impronta di Dio’ intrinseca nell’Uomo”.
 
Anche se parlare di “distanti”, di “indifferenti”, per l’autore del testo che ha suscitato il dibattito è punto di discussione. “La diminuzione della religione a livello mondiale non esiste – ha ribadito Aguti –, secondo le statistiche sono 700milioni le persone che si dichiarano atee: per le altre, il culto ha un perché. Dalla privatizzazione della religione stiamo tornando ad un ritorno di quest’ultima nella sfera pubblica, ed è chiaro come la devozione non sia un fenomeno residuale, o semplicemente accademico. La religione è viva, è un mezzo per padroneggiare la contingenza, è quel qualcosa che offre una promessa di salvezza”.
‘Come’ parlare di Dio resta tuttavia il nodo della questione, e per l’autore “sollevare la religione dal piano meramente sentimentale ed esperienziale è necessario”; serve quindi razionalità, i cui contorni si definiscono attorno ad una discussione che “non sia arbitraria, soggettiva, opinionista”.
Nondimeno, la filosofia della religione deve restare, secondo l’autore, dottrina analitica, non giustificativa: “proprio il ‘principio di credulità’ afferma che le nostre credenze, ad un primo livello, non hanno bisogno di una giustificazione, e non servono dunque necessariamente filosofi per parlare di Dio”.
 
Ma quel dialogo serrato con l’infinito – anche quando lo si vuole escludere, pur nel momento della sua stessa negazione, sino al dubbio che non sia altro se non un brillante monologo – resta. Ed alla domanda “quale futuro per le religioni?”, si è risposto con decisione che i credo non evaporeranno tra secolarizzazione e indifferenza. Poiché, ha concluso Aguti, “non parlare di Dio appiattisce la vita”.

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