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17/11/2014   3  Dal Gruppo  

"I filosofi dicono la verità?"

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

"I Filosofi dicono la verità?"

A partire dagli ultimi lavori di Renato Pettoello (Leggere Kant, Editrice La Scuola) Enrico Berti (La ricerca della verità in filosofia, Studium) e Salvatore Natoli (Il linguaggio della verità, Morcelliana) l’Editrice si è chiesta, insieme agli Autori, come la philosophía affronti lo sterminato campo della veritas.
Fra teorie, postulati e indagini epistemologiche senza tempo – poiché in grado di investire appieno anche i meccanismi sociali odierni, spesso bloccati nella dicotomia tra relativismo assoluto e assiomi dogmatici –, per il ciclo I Lunedì della "Scuola" ci si è interrogati sulla necessità di guardare oggi alla Filosofia come risorsa contro una progressiva “perdita di senso”.
E' dunque possibile seguire fiduciosi le orme dei filosofi per dare un nome, un volto, una direzione a ciò che, in pratica, si traduce nel concreto “desiderio della felicità”, intesa come pieno sviluppo della persona umana?

“Dipende innanzitutto cosa si intende per ‘verità’ – ha esordito Berti – e non è ovviamente cosa facile. Tuttavia, la concezione a mio avviso più convincente è quella di stampo classico (quella, per intenderci, di Platone ed Aristotele prima, e di Tommaso d’Aquino poi) che intende la verità come una proprietà del pensiero e del discorso, come conformità. Tutto il contrario di ciò che pensano i filosofi odierni, i quali concepiscono la verità come corrispondenza tra mondo esterno e mente”.
Se, secondo l’autore, non esisterebbe un'unica Verità, poiché ce ne sono diverse in atto (quella dell’arte, della fede, della poesia, verità di ragione, di fatto, verità scientifiche, storiche…), di quale verità si occupa la Filosofia?
“Il filosofo deve anzitutto conoscere le verità ‘altre’, che comunicano cose molto importanti all’uomo, e tenerne conto, concentrandosi poi su quelle ‘cause’ che danno una spiegazione adeguata ai suoi tanti ‘perché’. La Filosofia, in questo senso, è un discorso ulteriore, metafisico; occorre che si accontenti di poco, non può difatti spiegare tutto: è umile. Ricordiamoci, infine, di non sovra-determinare il concetto stesso di verità: questa ha a che fare con i dati, con l’esperienza concreta, ed il fatto che spesso non si riesca a decifrare un evento non ne mina per questo la verità, ma dimostra soltanto che il mondo non si spiega da sé, ha bisogno di qualcosa che vada oltre, che lo trascenda”.

Il mondo, dunque, ha bisogno più che mai di Filosofia. “Perché la verità ha perso la sua assolutezza”, ha commentato Natoli; “oggi, infatti, sono altamente improbabili proposizioni assolute/definitive che stanno alla base del reale. Non per questo si cade però nell’arbitrio (tutto vale, quindi niente vale alcunché): esistono verità sotto condizione, vale a dire tipologie di verità, con i propri statuti, i propri confini”.
L’autore ha poi colto il legame nascosto tra Filosofia e verità, in una visione ermeneutica tutt’altro che appianante: “il problema della verità sorge a fronte di un ‘no’, quando si logorano le certezze. Nella dialettica tra ‘essere’ e ‘apparire’, i fatti ci sfumano ed abbiamo bisogno di teorie per capirli; a questo punto, mentre la scienza parla per caratteristiche cumulative, la Filosofia attua una dialettica confutatoria, formando ‘scarti di verità’. Essa, in sintesi, porta in radicalizzazione questioni di squilibrio e dissidenza”.
Qual è, quindi, il gioco della verità? “E’ un gioco ampio – ha risposto Natoli – ma non arbitrario: proprio per questo la Filosofia è feconda, e fa come Socrate che, a fronte di certezze, getta dubbi. La Filosofia, insomma, è come l’uomo secondo Qoelet: incapace di congiungere l'inizio con la fine, dunque originariamente posto nell'oltre”.

Concludendo: i filosofi dicono o no la verità?
“Non lo so, di certo riflettono molto – ha risposto ironicamente Pettoello – elaborando diverse teorie, nessuna delle quali mi convince appieno. Sicuramente la Filosofia deve misurarsi con i saperi particolari, con le scienze. Possiamo, in questo campo, fare diversi esempi fondanti – dalle geometrie non euclidee, alla relatività di Einstein, sino alla meccanica quantistica –, volti a ‘sconvolgere’ la nostra percezione dello spazio, facendoci chiedere ‘esiste una vera geometria?’. Ecco: può oggi la Filosofia esimersi dal condividere queste teorie?”.
Pur pensando ad una Filosofia, per così dire, ‘impegnata’, pare però che si sia giunti ad un’impasse. “Dalla quale si può uscire – ha spiegato l’autore – soltanto tramite una concezione funzionalistica del reale: non esiste, quindi, una realtà data ma la verità si costruisce secondo i nostri modelli e le nostre teorie. Ha senso parlare di verità solo nei propri campi, settori nei quali si definiscono le varie realtà ed i relativi criteri. Se è vero ciò che diceva Hegel – il quale sosteneva che conosciamo solo relazioni, non oggetti – appare sempre più evidente la necessità di servirsi di precise teorie di riferimento: indispensabili affinché i fatti, i dati, acquistino senso”. 

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