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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il DDL sulla riforma della scuola.

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il DDL sulla riforma della scuola. Ecco le principali novità: 
 
Scatti di anzianità: restano intatti 
 
Assunzioni. Saranno assunti 100mila precari tra coloro che fanno parte delle graduatorie ad esaurimento. Per gli altri sarà bandito un concorso. Esclusi gli insegnanti delle materne 
 
Presidi-allenatori. Ogni scuola, entro una determinata data, farà un piano strategico della scuola che includa offerta formativa e fabbisogno. Dopo la presentazione del piano, che sarà «verificato dagli uffici competenti del ministero, ciascun preside avrà a disposizione un numero di insegnanti, non solo per le cattedre, ma anche per lavorare a singoli progetti, come un progetto europeo o per l’alternanza tra scuola e lavoro. La squadra dei prof che gestisce la scuola va oltre il numero delle cattedre e il preside come un allenatore, avrà la possibilità di individuare chi mettere in cattedra a inizio anno ma nel momento in cui qualcuno si ammala o un’insegnante resta incinta e aspetta un bambino, non si va alla graduatoria provinciale ma all’interno dell’organico funzionale: si supera questo meccanismo.  
 
- On line curricula dei prof e bilanci delle scuole. Saranno messi in rete per garantire trasparenza e permettere a chi valuterà le scelte dei presidi di avere uno strumento in più.  
 
Supplenti. Spariranno per quasi tutte le classi di concorso già dal primo settembre 2015. Non per tutte perché le graduatorie a esaurimento non coprono tutte le classi di concorso. Si prevede un anno almeno di transizione durante il quale si attingerà anche alle graduatorie di istituto per le classi di insegnamento in cui non esistono alternative.  
 
- Formazione degli insegnanti. Sarà fatta nella singola scuola. Il preside e collegio dei docenti farà un piano di formazione permanente dei singoli docenti. 
 
- Merito. Ci saranno aumenti legati al merito con risorse diverse. Le modalità su cui ciascuna scuola premierà saranno decise dal preside. Sono stati messi in campo 200 milioni dal 2016. 
 
- Classi pollaio. Secondo Renzi possono essere superate attraverso il ricorso all’organico funzionale, un contingente di insegnanti privi di cattedre a disposizione di reti di scuoie 
 
- Non solo mattino. Scuole aperte anche il pomeriggio.  
 
- La Carta del prof. Arriva un nuovo strumento per rafforzare la dignità sociale del ruolo del docenti. Si prevedono per il primo anno 500 euro per tutti i professori, che potranno essere spesi solo per consumi culturali (libri, teatro, concerti, mostre, autovideo telematici). 
 
- School bonus. Arriva un “bonus fiscale” per chi (tra cittadini, associazioni, fondazioni, imprese) intende investire nella scuola. 
 
- 5 per mille. I finanziamenti alle scuole potranno arrivare anche destinando il 5 per mille nella dichiarazione dei redditi.  
 



Commenti.


Più luci o più ombre per la scuola dal disegno di legge scuola appena sfornato dal Governo? Domanda aperta, sia perché la forma, DDL appunto e non decreto, rimanda al Parlamento le definizioni di dettaglio, sia perché il piglio decisionista del premier sembra essersi impantanato in un terreno infido. Sembra più facile insomma cambiare verso alle istituzioni o rivoltare come un calzino il mercato del lavoro che incidere sul sistema scolastico, troppo complesso per sciogliere i nodi a colpi di machete.
Assunzione dei precari e rafforzamento del ruolo del dirigente sono comunque impegni che meritano già qualche considerazione.

Incominciamo dagli organici: all’uscita del documento sulla “Buona Scuola” si prospettava di prosciugare le Graduatorie ad esaurimento, immettendo in ruolo 148.000 precari; oggi si pensa a 100.000 in ruolo dal settembre prossimo e altri 60.000 con un concorso da bandire nell’anno, per coprire il fabbisogno 2016-2019. Compromesso accettabile, ma non si capisce bene quale sarà la sorte dei docenti inseriti nelle Gae. Che cosa succederà, per esempio, se in una classe di concorso non ci fossero insegnanti sufficienti per coprire i posti scoperti ovvero ci fossero più insegnanti che posti disponibili? L’ipotesi è reale, specie per le materie matematico-scientifiche. Basterà attingere all’organico funzionale? E, soprattutto, come funzionerà l’albo regionale? Nella primaria i ruoli sono intercambiabili, ma nelle superiori non è così semplice: con 6 portieri completo la rosa della mia squadra, ma verosimilmente sono sguarnito in attacco.
Basteranno i poteri del “preside-manager”? il dirigente forma la sua squadra, individua, all’interno degli albi territoriali degli Uffici scolastici regionali, i docenti più adatti per il POF caratterizzante il suo istituto, assegna il premio a chi, il 5% del corpo docente, si impegna e vale di più. Per la verità, il documento iniziale era più coraggioso: abolizione degli scatti di anzianità a favore degli scatti di merito. Mediazione: l’anzianità resta e si introduce una percentuale per il merito; troppo timore di scelte arbitrarie, pressioni sindacali, difficoltà a fissare criteri valutativi oggettivi. Tutti argomenti reali eppure siamo convinti che non manchino dirigenti capaci, veri leader educativi e non burocrati che saprebbero far fruttare la leva della valorizzazione della risorsa umana. Magari capaci di mettere in movimento davvero quello “school bonus” a cui il DDL fa riferimento, opportunità fiscale ma prima di tutto segno di un contesto socio-economico che crede nell’investimento sulla scuola. Sul versante cultura gli effetti di analogo provvedimento non sono stati eclatanti, sulla scuola si attende con fiducia.

Ennio Pasinetti





La scuola è sempre stato un bacino elettorale della sinistra. L’avvento di Renzi al governo e al partito democratico non ha prosciugato questo bacino, ma semmai l’ha allargato. L’aspetto inedito è che, tra Job Act e disegno di legge sulla Buona scuola, il presidente del consiglio è riuscito nell’impresa accreditandosi con principi e parole-simbolo che, finora, avevano suscitato negli elettori e nei dirigenti scuola del Pd e della sinistra in genere o deprecazioni quasi pavloviane o pregiudiziali reazioni di rifiuto. Parlare di personalizzazione dei piani di studio, rendendoli più flessibili con una maggiore offerta di internet/informatica, inglese, arte, musica e sport. Collegare in maniera sistematica scuola e impresa. Rendere obbligatori l’alternanza scuola lavoro e, soprattutto, valorizzare come non mai l’apprendistato di I e III livello. Valutare gli insegnanti in base al «merito» e introdurre l’idea di una «carriera» non più fondata soltanto sugli scatti di anzianità.  Istituire gli albi professionali regionali dei docenti e, udite udite, la loro chiamata diretta da parte dei dirigenti che vedono aumentare significativamente il loro potere monocratico (per di più senza prevedere una loro valutazione esterna). Lanciare un seme, un semino sì, ma esplicito, per certi occhi politicamente corretti addirittura quasi impudico, di vero trattamento scolastico equipollente tra gli studenti delle scuole statali e paritarie del primo ciclo. Tutti argomenti da marce di protesta e occupazioni, in politica, nel sindacato e nel mondo studentesco, ad inizio secolo. Nemmeno l’osservazione di aver «copiato» papale papale questi principi e queste parole simbolo dai tentativi di riforma avviati dall’accoppiata Moratti-Aprea imbarazza non tanto e non solo il presidente del consiglio, ma perfino i parlamentari e i dirigenti di partito che, prima, erano all’avanguardia nella linea oltranzista del «resistere, resistere, resistere» ad ogni discontinuità con il passato. Ora il muro dell’impronunciabile è davvero varcato. I tradizionali steccati ideologici caduti. È senza dubbio un risultato che fa bene al paese intero, alla sinistra e a chi lavora, magari da tempo, per introdurre nel nostro sistema educativo autentiche prospettive di cambiamento, non di semplice manutenzione dell’esistente come, perlopiù, si è fatto finora. Bisognerà pur ricordare, infatti, che abbiamo un sistema di istruzione e formazione ancora fermo, nonostante tutti i volenterosi provvedimenti di segno contrario, sul piano strutturale, ad obsoleti paradigmi culturali ed organizzativi del secolo scorso. E alcuni perfino di inizio secolo scorso.
La strategia del capo del governo, tuttavia, è tutt’altro che imprudente. È bene attenta, al contrario, a dosarsi con una gestione e un realismo del potere  che si potrebbero definire «democristiani».

Da qui, primo esempio, il suo non andare ai noccioli duri, quelli ordinamentali, della riforma. Troppo dirompenti per gli equilibri parlamentari, sindacali ed elettorali attuali. Il piano delle assunzioni straordinarie lo conferma. Poteva legarlo, come si propose inutilmente nel 2001-2002 e come ha rilanciato Lorenzo Bini Smaghi sul Corriere della sera del 9 marzo 2015), al ridisegno su 12 anni degli attuali 13 anni di studio pre universitario. Un caso ormai unico al mondo. Una delle cause maggiori dell’impossibilità nostra di raggiungere gli obiettivi europei 2020 sul numero di giovani in possesso di titoli di studio superiori (in tutti i paesi Ocse l’università comincia tra i 17 e 18 anni). E invece si lasciano gli ordinamenti del primo ciclo e del secondo ciclo così come sono. Con una gestione più coraggiosa dell’autonomia, delle risorse umane disponibili, della personalizzazione dei piani di studio e, soprattutto, delle modalità relative alla valutazione interna (almeno tutor e portfolio) ed esterna (non di soli quiz deve vivere l’Invalsi e di ispettori il Miur), si poteva, al contrario, aumentare per tutti la qualità dei risultati di apprendimento nel primo e nel secondo ciclo di istruzione e, allo stesso tempo, costringere le università ad usare i migliori docenti della secondaria per «allineare» la preparazione delle matricole a livelli coerenti con le richieste qualitative dei diversi corsi di studi, così da abbattere l’abbandono universitario e, in particolare, l’incredibile e costosa abitudine italiana di finire in media le lauree a 24 anni e le lauree magistrali a 27. Sarebbe stata un’altra occasione per attribuire alla «carriera» e al riconoscimento del «merito» dei docenti un tassello più sistematico di quanto finora ipotizzato.

Secondo esempio. Dai 15 anni in avanti si lancia finalmente in grande spolvero l’alternanza scuola lavoro e l’apprendistato. Molto bene. Ma, da un lato, la competenza dei docenti a insegnare senza lasciare separati, quasi due esperienze parallele, lo studio e il lavoro, non si improvvisa. Ha bisogno di una radicale riforma della loro formazione iniziale e in servizio. Occorre che l’una e l’altra siano pensate e praticate in una maniera che ancora non c’è e che, in ogni caso, superi la tradizionale impostazione del disciplinarismo scolasticistico. E serve, inoltre, se non si vuole il rigetto dell’alternanza scuola lavoro a 15 anni tra docenti e studenti, che anche nel primo ciclo di istruzione diventino consuete non certo le esperienze di lavoro vero e proprio, ma la continua alternanza formativa tra compiti scolastici e compiti familiari e sociali, tra l’osservazione di paradigmatici processi di lavoro e la loro formalizzazione critica a livello teorico-culturale, tra momenti attivi, progettuali ed esecutivi, di laboratorio e momenti di aula-studio riflessivo su queste pratiche. Dall’altro lato, inoltre, esiste un’incompatibilità fin troppo evidente tra adozione a sistema dell’alternanza formativa e, in essa, dell’alternanza scuola lavoro, e attuale modo di organizzare la scuola, con le cattedre, gli orari settimanali e annuali dei docenti e degli studenti, i piani di studio e i singoli insegnamenti disciplinari (dopo la Buona scuola addirittura in aumento!).    

Ultimo esempio. Se si connette il disegno di legge sulla Buona scuola con la riforma costituzionale varata in parlamento (che affida alle Regioni solo la «formazione professionale», cancellando la dizione vigente che parla di «istruzione e formazione professionale») si comprende senza dissimulazioni come, in fondo, si prefiguri l’asfissia del vigente sistema dell’«istruzione e formazione professionale» secondario e superiore affidato alle Regioni dalla riforma del Titolo V della Costituzione varata dal centro sinistra ed applicata dal centro destra nel 2001-2003. In sostanza, infatti, lo si riduce a ciò che era dalla fine degli anni ottanta: un emergenziale ospedale da campo per i falliti dei licei, degli istituti tecnici e degli istituti professionali quinquennali dello Stato. E’ vero: ha funzionato in maniera egregia, salvando dalla dispersione un sacco di giovani ed assicurando loro un lavoro sicuro e qualificato  sostanzialmente in due regioni, la Lombardia e il Veneto. Tutte le altre, chi meno chi tantissimo, se ne sono colpevolmente e ideologicamente disinteressate, dimostrando la propria inadeguatezza istituzionale. Ma sarà interessante verificare se questa scelta di sopperire alle carenze delle istituzioni regionali invece che con gli strumenti della strategia sussidiaria (chiarezza delle reciproche competenze, costi standard, premi ed incentivi per le Regioni virtuose, poteri sostitutivi per quelle viziose) con quelli della strategia neostatalistica e neocentralistica farà bene ai giovani, sarà in grado di assicurare al paese la pari dignità dei percorsi di istruzione e formazione e, soprattutto, colmerà il vero buco nero del nostro ordinamento: la presenza di un organico e prestigioso sistema di istruzione e formazione professionale superiore parallelo e concorrenziale a quello universitario. Auguriamocelo. E ci si impegni tutti perché accada. Ma non sarà facile.  

A meno che il presidente del consiglio non sia giunto ad un depressivo per tutti calcolo effettuale che si può riassumere con questi pochi passaggi. Con le positive novità del disegno di legge sulla Buona scuola, dimostrare che, anche in Italia, come nelle democrazie normali, si può cominciare a ragionare non più in termini di contrapposizione ideologica, ma di maggiore o minore pertinenza delle soluzioni tecniche ai problemi sul tappeto. Provare, allo stesso tempo, che, con l’attuale bicameralismo perfetto e con le vecchie logiche partitiche, della burocrazia amministrativa e del sindacato, questo nuovo modo di impostare la questione nazionale dell’istruzione e formazione di ciascuno e di tutti non riesce a farsi strada a sufficienza, fino a giungere alla destinazione di una legge nel complesso innovativa. Portare a casa, in compenso, proprio per questo, con un  decreto legge entro settembre, il piano straordinario delle assunzioni, così consolidando  un vantaggio elettorale dopo il quale procedere a riforme che dovevano essere varate almeno quindici anni fa. Un timore. Speriamo resti tale.

Giuseppe Bertagna 






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