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04/09/2014   3  Dal Gruppo   9  Primaria   10  Secondaria 1° grado   14  Secondaria 2° grado  

LA BUONA SCUOLA. Il commento del Prof. Pier Cesare Rivoltella

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

Sono sempre stato convinto che la riforma della scuola debba poggiare su tre componenti fondamentali: l’introduzione di un sistema di educazione continua degli insegnanti, analogo a quello di molte altre categorie professionali; l’istituzione del middle management, ovvero la possibilità di prevedere ruoli intermedi tra quelli del dirigente e del semplice insegnante, stabilendo di fatto margini di carriera e di diversificato riconoscimento salariale; la chiamata diretta dei dirigenti scolastici e degli insegnanti.
Da questo punto di vista “La buona scuola”, il “patto educativo” stretto dal Governo Renzi con il Paese in materia di istruzione, soddisfa a metà. Infatti, con coraggio, mette al centro dell’attenzione lo sviluppo professionale degli insegnanti, tenuti ad aggiornarsi non per obbligo ma per necessità. La definizione di un sistema di crediti formativi, il potenziamento delle reti territoriali di scuole, la valorizzazione degli insegnanti esperti sono i driver di quello che sembra avere il profilo di un vero e proprio sistema di educazione continua. Caso mai sorprende che il documento non faccia cenno a un possibile ruolo dell’Università e della ricerca in questo sistema: sarebbe curioso pensare che la scuola abbia in sé tutto quel che serve per affrontare la sfida dell’innovazione. Si correrebbe il rischio dell’autoreferenzialità. A meno che non si voglia alimentare il vecchio cliché che vede nella scuola agita il “fare” e nella ricerca la “teoria” avulsa dai contesti. Ma credo non sia questa l’intenzione.
Per quanto riguarda la riforma delle carriere il risultato pare raggiunto al cinquanta per cento. Infatti il documento rompe in maniera netta con l’equivoco secondo il quale, per non fare differenze, a tutti gli insegnanti debba essere garantito lo stesso trattamento a parità di anzianità. Qui sta uno dei veri dispositivi “sblocca-scuola” del disegno. Non c’è peggior ingiustizia che trattare tutti nello stesso modo, indipendentemente dal merito. Occorrerebbe però – e si spera che quando la “Buona scuola” si tradurrà in decisioni operative ne tenga conto – che alla diversificazione del salario in relazione al merito possa corrispondere anche una definizione di funzioni e  ruoli intermedi: la scuola, proprio per sfruttare fino in fondo le esigenze di un’organizzazione moderna e le opportunità dell’Autonomia, ne ha un bisogno non aggirabile.
Sul terzo punto del mio “programma”, invece, il documento non soddisfa. Il problema dell’arruolamento è demandato al sistema dei concorsi. Certo, si capisce, in questo modo si può evitare – sanata la situazione pregressa – il precariato e si è convinti di premiare il merito, di garantire serietà alla selezione. Tuttavia non convince l’idea che prima si abiliti l’insegnante e poi lo si costringa a un concorso per entrare in ruolo. Se è abilitato, vuol dire che è ritenuto idoneo all’insegnamento: non ha bisogno di essere riesaminato in un concorso. Con l’aggravante che questo concorso possa non essere adeguato a svolgere il compito che gli viene assegnato: potrà valutare le competenze professionali del futuro insegnante, o come sempre è capitato finora non rischierà di misurare, se va bene, soltanto il suo possesso di conoscenze? Qui occorrerebbe seguire fino in fondo la logica della “rivoluzione”: all’abilitazione deve far seguito la chiamata. Certo dotata di un dispositivo di selezione serio (prove pratiche, simulazioni, interviews) come accade da tempo con ottimi risultati nel sistema dell’istruzione di molti Paesi.
Sui “saperi” e sul “contenuto” della nuova scuola molte sono le indicazioni condivisibili: l’estensione del sistema dell’alternanza scuola-lavoro, la centralità del critical thinking, la necessità di ridare spazio alla creatività, l’importanza di raccogliere la sfida del digitale. L’importante è che al momento di “tradurre” operativamente queste linee non si cada in ingenuità che strizzano l’occhio al passato, proprio in un documento così ben orientato a “rompere” con certe cattive abitudini della scuola italiana. La creatività, ad esempio, non si può pensare di poterla “spingere” solo perché si introduce più storia dell’arte o perché si rilancia l’educazione musicale. Ho conosciuto decine di insegnanti di arte tristi, che non sviluppano la creatività dei loro allievi, ma aggiungono altro nozionismo al nozionismo. La creatività si può rilanciare nella scuola facendo matematica o studiando la letteratura in un modo diverso dall’attuale. E occorre non alimentare il sospetto che dietro alla strizzatina d’occhio a Martha Nussbaum e alle sue giuste prospettive di una “scuola della democrazia” e non “del profitto”, vi siano ancora operazioni di lobbying legate ad alcune discipline e alle comunità scientifiche che le insegnano. L’altro esempio di ingenuità è legato al “coding”. Se gli estensori del documento intendono dire che la scuola di oggi deve essere una scuola dei linguaggi, che il cuore della formazione del pensiero critico sono gli alfabeti, se pensano al framework delle Multiliteracies per intenderci, allora siamo perfettamente d’accordo. Se invece – come mi pare di cogliere – quel che si propone è il ritorno dell’”informatica nella scuola”, beh allora anche in questo caso si prospetta una madeleine didattica: ci siamo già passati e abbiamo visto che non funziona.
 
Pier Cesare Rivoltella

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