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Cinquant’anni di Bruner

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

imgLe cadenze anniversarie aiutano a cogliere alcuni passaggi storici. Questo è precisamente il caso delle traduzioni di due testi che, cinquant’anni or sono, tra il 1964 e il 1965, aprirono la via a nuovi assetti pedagogici e scolastici.

Il primo era il fortunatissimo libro di Jerome S. Bruner [wikipedia], Dopo Dewey. Il processo di apprendimento nelle due culture nel quale lo studioso americano anticipava una teoria dell’istruzione, poi ampiamente presentata in un successivo volume, Verso una teoria dell’istruzione (in Italia nel 1967).

Il secondo, dovuto a David Cram, presentava al pubblico italiano le macchine per insegnare e i fondamenti dell’istruzione programmata. Dietro Cram stava Burrhus F. Skinner i cui testi non erano stati ancora tradotti (solo nel 1970 apparirà da noi La tecnologia dell’insegnamento).

Tra Bruner e Cram/Skinner – come è ben noto – correva profonda distanza: il primo affidava al metodo della scoperta e alla padronanza della struttura disciplinare la costruzione personale della conoscenza e puntava sul potenziamento della capacità cognitiva dell’allievo; i secondi concepivano l’apprendimento come l’esito di nuove associazioni tra stimoli e comportamenti di risposta, rafforzati da ripetuti e adeguati rinforzi e si affidavano all’efficacia dei piani curricolari e dell’organizzazione scolastica.

Bruner e Cram/Skinner erano tuttavia accomunati dal superamento della pedagogia attivistica ritenuta ormai inadeguata rispetto alle esigenze della società industriale avanzata. La tecnologia molto più sofisticata che in passato, l’attribuzione di un particolare valore dell’efficienza, una organizzazione economica basata sui consumi e stili di vita scanditi in modo sempre più incisivo dalla variabile temporale rendevano ormai obsoleti l’ottimismo deweyano e il puerocentrismo ginevrino. I riti educativi imperniati sul binomio bisogni-interessi appartenevano insomma a un passato ormai consumato. Più in generale emergeva una spinta a rendere più “produttivo” il lavoro scolastico e, al tempo stesso, a sottrarre la scuola a precostituiti presupposti ideali.

Da quel momento gli scaffali delle librerie si riempirono di opere psicopedagogiche e organizzativo-manageriali anglosassoni, scalzando gradualmente, ma irreversibilmente, la pedagogia europea, in specie quella francofona. Non solo Bruner e Skinner, ma anche – per citare solo i più noti – Benjamin S. Bloom, James H. Block, Robert M. Gagné, Joy Paul Guilford, Joseph J. Schwab, Lawrence Stenhouse si apprestarono a diventare precisi punti di riferimento.

Tematiche come quelle dell’istruzione programmata e del mastery learning, delle pratiche del team teaching e dell’organizzazione curricolare nonché le nuove prospettive tassonomiche entrarono a vele spiegate, in qualche caso anche senza troppo vaglio critico, nel dibattito pedagogico italiano. Si verificò in tal modo un sostanziale “riposizionamento” della pedagogia italiana, sempre più soggetta all’influenza anglosassone. Per quanto Dewey avesse conquistato nel decennio precedente un posto di tutto rilievo, non era tuttavia riuscito a occupare il centro della scena pedagogica.

Quello che non era riuscito allo studioso della Columbia riuscì invece ai teorici della programmazione e del curricolo. In poco tempo la tradizione pedagogica italiana finì nel dimenticatoio: la “tuttologia” della scuola elementare e la centralità della persona che apprende furono rapidamente liquidate in nome dell’allievo “cognitivo”. Un’ondata di discredito travolse non solo Giovanni Gentile e i suoi sodali (senza ricordare che con la loro visione culturale “alta” della pedagogia e della scuola ci avevano salvati a suo tempo dal peggiore positivismo), ma sulle migliori esperienze realizzate nel nostro Paese in nome dell’attivismo scese l’ombra dell’oblio.

Sarebbe poi toccato, per una curiosa giravolta del destino, proprio a uno studioso statunitense, Howard Gardner, riportare al centro dell’attenzione internazionale alcune esperienze d’avanguardia della pedagogia italiana.

Il funzionalismo tecnocratico condizionato dalle leggi dell’efficienza produttivistica che oggi furoreggia dietro la spinta delle regole europee arriva dunque da lontano. Forse sarà il caso di tenerne conto.

Giuseppe Richiedei

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Da NS 5, gennaio 2015, pp. 6-7






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