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20/05/2015   41  Press Area  

Il vescovo della «resurrezione». La beatificazione di Mons. Romero

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

Il 23 maggio del 2015, alla vigilia della Pentecoste, San Salvador ha ospitato la cerimonia di beatificazione di Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo ucciso il 24 marzo del 1980, mentre celebrava la messa nella cappella dell’hospitalito della Divina Provvidenza, un piccolo centro di assistenza ai malati terminali nella capitale salvadoregna. Pochi mesi dopo la sua morte, segnati da una lunga e tragica incubazione fatta di massacri di contadini e attivisti, incursioni nei villaggi degli squadroni della morte e azioni di guerriglia urbana, il paese centroamericano sarebbe scivolato in una drammatica guerra civile, destinata a protrarsi fino agli accordi di pace firmati, grazie a una mediazione delle Nazioni Unite, nel castello messicano di Chapultepec il 16 gennaio del 1992. Il bilancio di quella guerra, che lacerò il paese, fu di circa 80.000 vittime, tra cui migliaia di attivisti cattolici, centinaia di catechiste, 13 sacerdoti e 4 religiose. 
La beatificazione di Mons. Romero è il frutto di un articolato e simbolico processo che ha chiamato in causa, oltre al diritto canonico e al dibattito politico, culturale e storiografico, le radici più profonde e i virgulti più giovani della storia contemporanea, ecclesiale e non, latinoamericana. Un processo protrattosi per 35 anni che ha attraversato la fase di escalation delle guerre civili centroamericane, nella tappa più dura e drammatica della nuova guerra fredda; ha quindi percorso la stagione delle guerre «a bassa intensità» e degli esperimenti negoziali intentati dal suo successore, Mons. Rivera y Damas, fino e oltre la fine del bipolarismo. Un processo che si è poi dipanato compiutamente e formalmente negli anni della pacificazione del paese, scandita però dall’applicazione dura delle ricette neoliberiste che hanno segnato l’ultimo decennio del XX secolo, accompagnate dall’esplosione dei grandi processi emigratori e dall’impatto delle maquiladoras a basso costo. Una vicenda storica che nel corso dell’ultimo decennio ha visto i tentativi di rilancio del paese e il processo di democratizzazione politica in corso frustrati dall’esplosione di ondate di criminalità comune, connessa alla violenza di strada di maras e pandillas, figlie povere del narcotraffico e dell’emigrazione selvaggia. 
In questi 35 anni l’immagine dell’arcivescovo ucciso che nel marzo del 1980 aveva scosso la coscienza della Chiesa universale, dentro e fuori il mondo cattolico, rimettendone in gioco, a più livelli, i processi identitari, ha subito una graduale trasmigrazione. Il santo popolare venerato negli altari privati di molte famiglie contadine, quello militante esaltato dalle componenti di frontiera della chiesa dei poveri (il «San Romero de América» di Pedro Casaldáliga, David Maria Turoldo e Samuel Ruiz), quello «rivoluzionario» strumentalizzato da alcune formazioni politiche,  strideva infatti con l’immagine del obispo rojo (il «vescovo rosso») promossa dagli ambienti filo-governativi, militari e dalla stampa nazionale che lacerava il ricordo del vescovo, richiudendolo all’interno di spirali di paura, omissione e rimozione del ricordo.
Proprio la lunga persistenza di tale polarizzazione, eredità diretta della guerra civile, a lungo presente anche all’interno dell’episcopato salvadoregno, avrebbe rallentato il processo di beatificazione, approdato a Roma nel 1996, dopo la fase diocesana, per le valutazioni della Congregazione delle cause dei Santi. L’ostruzionismo dichiarato del cardinale colombiano Alfonso López Trujillo, presidente del Consiglio Episcopale Latinoamericano (Celam) al momento della morte dell’arcivescovo salvadoregno (dal 1979 al 1983), e di altri che hanno schematicamente assimilato Mons. Romero a una lettura riduzionista della teologia della liberazione ha rappresentato un indubbio elemento di resistenza. Questa si è però gradualmente ridotta negli anni, grazie ai mutamenti del contesto politico ed ecclesiale, all’intenso lavoro svolto dal postulatore della causa, Mons. Vincenzo Paglia, e alla maturazione della storiografia e della riflessione pubblica.
Dopo le aperture al riconoscimento di Mons. Romero tra i «nuovi martiri», registratesi nell’ultima fase del pontificato di Giovanni Paolo II, la causa ha quindi ripreso vigore con Benedetto XVI per subire un’accelerazione con il primo Papa latinoamericano, Francesco, gesuita come quel padre Rutilio Grande che grande influsso ebbe nella ridefinizione della pastorale romeriana. Con il riconoscimento dell’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador in odium fidei (come già avvenuto nel caso della beatificazione di padre Pino Puglisi) è caduto il velo ambiguo della lotta intra-cristiana tra gli interpreti della pastorale sociale e i mandanti e organizzatori dell’omicidio (ricondotti dalle varie inchieste a membri delle forze armate e dei servizi segreti militari). La via del martirio ha infine aperto definitivamente la strada a quella della beatificazione.
Il pacifista Romero, uomo mite ma fermo e risoluto nella denuncia delle violenze e dell’ingiustizia sociale, interlocutore timido ma oratore appassionato, ha così ritrovato il suo cammino naturale, marcando un passaggio simbolico nella comprensione dell’esperienza religiosa dell’America latina nel passaggio tra XX e XXI secolo.
Mons. Romero fu un vescovo della riconciliazione e dell’incontro tra diversi, un fedele testimone del magistero, sempre attento a giustificare le proprie scelte sulla base dei documenti vaticani e dell’episcopato. Al contempo fu però un raro vescovo popolare, di origine e approdo, che seppe unire la rispettosa religiosità rurale della sua infanzia alle dinamiche ecclesiali sperimentate nell’età giovanile e adulta. Un uomo che nel momento di massima polarizzazione del paese, ha saputo cogliere il senso profondo e le implicazioni, vecchie e nuove, della violenza su civili, anziani, donne, bambini, fino a «calarsi» nella storia attraverso i suoi strumenti pastorali: una radio, l’assistenza legale alle vittime e il sostegno a una Commissione dei diritti umani diocesana.
Il 23 maggio le donne che portavano sulla sua tomba la primicia del mais (i grani del primo raccolto) hanno finalmente potuto celebrare un giorno di festa e di resurrección.
 
Massimo De Giuseppe


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