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31/01/2014   2  Tutte le news   14  Secondaria 2° grado   10  Secondaria 1° grado   9  Primaria  

Vale la pena investire in istruzione?

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

imgAlla domanda si sarebbe indotti a dire di no, per l’Italia. La recente pubblicazione dell’indagine PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) a cura dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), che ha provocato utili discussioni, almeno per gli addetti ai lavori, fa emergere un dato rilevante e preoccupante insieme: la posizione “di coda” occupata dal nostro Paese.

Riassumiamo: per la literacy proficiency (capacità di comprendere, valutare, usare testi scritti per essere partecipi a livello sociale, conseguire i propri obiettivi e sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità), tra i 24 paesi dell’Ocse, i nostri connazionali dai 15 ai 65 anni si collocano all’ultimo posto.

Siamo inoltre al penultimo posto in fatto di numeracy proficiency, ossia la capacità di accedere, leggere, utilizzare, interpretare informazioni numeriche, oggi trasmesse frequentemente attraverso grafici e tabelle.

Per completare il quadro, ci sono i dati sul livello di istruzione: tre quarti degli italiani tra i 55 e i 65 anni hanno un tasso di scolarità inferiore al diploma di scuola media superiore, contro il 30% dei diplomati degli altri Paesi Ocse: dati che ritornano più o meno anche nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni, dove il 30% degli italiani non ha il diploma, contro il 10% degli altri paesi europei.

Basso da noi anche l’uso delle tecnologie digitali. Si parla, e con pertinenza, di analfabetismo funzionale, conseguente, come è logico immaginare, alla difficoltà del nostro sistema formativo ad affrontare la sfida delle competenze. La questione, ovviamente complessa, meriterebbe di essere indagata in tutte le sue componenti.

Ma vi è un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi. Senza esagerare, si può sostenere che nel nostro Paese la “retorica della formazione” abbia sostituito la “realtà della formazione” . Per una sorta di dissociazione diffusa tra il dire e il fare, capita a molti di affermare una cosa come fosse già fatta. Il gap si spiega solo con le convinzioni tacite che determinano i nostri comportamenti. La spiegazione, a mio parere, consiste in questo: a differenza di altri paesi, per noi istruzione e formazione non sono considerate l’investimento più importante, né per capitalizzare risorse per lo sviluppo, né più in generale per uscire dalla crisi in cui ci dibattiamo da anni.

Le incongruenze che si determinano sono macroscopiche. Le più evidenti possono essere così sintetizzate:

  1. diminuzione (dal 10 all’8%) della spesa per l’istruzione in controtendenza rispetto ai paesi più progrediti;
  2. incompletezza della riforma del nostro sistema educativo-formativo, per due ragioni principalmente: il mancato investimento in una seria formazione iniziale degli insegnanti e il sostanziale annullamento della formazione in servizio;
  3. il pregiudizio diffuso del nesso tra scolarità e competenza, e conseguente sottovalutazione del ruolo delle aziende, sostanzialmente misconosciute per il ruolo attivo che dovrebbero svolgere in un sistema formativo teso a promuovere “il saper fare esperto”;
  4. il riconoscimento del merito: la difesa di rendite di posizioni ha finito troppo spesso per privilegiare l’incompetenza alla competenza.

Il guaio è che quest’ultimo punto, che rappresenta la più odiosa discriminazione sociale, è anche la sfida più importante, che ci ha visto finora disarmati o forse incapaci di liberarci della retorica che promette di cambiare tutto per lasciare tutto come prima. Il primo passo verso un serio investimento in istruzione dovrebbe partire proprio da qui.

Carla Xodo
Università di Padova


***

Da Nuova Secondaria, 5, 2014, p. 10






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