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Quattro scenari per l'integrazione scolastica di alunni stranieri

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

"E adesso, 'sti ragazzi, in che classe li metto?" Sarà sicuramente passato attraverso questa domanda il Dirigente scolastico di Bologna che a classi finalmente e faticosamente formate e confermate, si è visto allineare sulla scrivania della sua presidenza ben 15 nuove domande di iscrizione di alunni stranieri appena ricongiunti alle proprie famiglie. Inizia qui ed ora lo scenario che chiameremo "pragmatico", in quanto teso a risolvere problemi sulla scorta dell'esperienza di mestiere e del criterio di fattibilità. Provvede, quindi, il D.S.a raggruppare i 15 in una classe di soli stranieri che denominerà classe-ponte, a farla deliberare dal proprio Collegio dei Docenti e, infine, a farla autorizzare dagli uffici scolastici sovraordinati. In questo stesso scenario pragmatico vediamo, tra gli altri, andarsi a collocare un dirigente dell'USP bolognese, quando afferma che "potrebbe essere utile prima insegnare l'italiano all'alunno appena arrivato, poi portarlo in una classe vera e propria" (Corriere della Sera, 5 novembre 2013), e un neuropsichiatra dell'età evolutiva. Il quale plaude calorosamente alla classe di soli stranieri perché osservatore diretto di un caso clinico, quello di Monique che "al suo arrivo in Italia a 10 anni venne subito messa in una quinta elementare, quando ancora non conosceva la nostra lingua e quindi non capiva nulla di quello che si diceva nella sua classe. Figuriamoci poi come socializzava!" (Corriere della Sera, 15 novembre 2013). Subito a ridosso del pragmatico, lo scenario "ideologico". Questo, sempre in guerra aperta con quello quando le scelte dettate dalla contingenza non sono le scelte che i valori e i principi del credo ideologico inderogabilmente impongono. E quando l'"ideologico" scende in guerra con il "pragmatico" le armi finiscono sempre per essere quelle del sospetto: "con la scusa dell'apprendimento della lingua italiana si è verificata una situazione a dir poco anomala" (Tuttoscuola.com, 5 novembre 2013) o, peggio ancora, del disvelamento di un'infamia: "Classi ghetto a Bologna: 22 stranieri insieme" (Titolo cubitale di un quotidiano nazionale). Il terzo è lo scenario "scientifico", della costruzione di teorie che sono il risultato dell'osservazione sul campo e della ricerca sperimentale. Ebbene, sottoposta all'esame dei camici bianchi, la decisione del D.S. bolognese ne esce totalmente disconfermata. "L'apprendimento della lingua per comunicare è, in genere, piuttosto rapido e avviene soprattutto grazie all'"immersione", agli scambi quotidiani e al contatto con i coetanei. La classe di soli stranieri rischia quindi di rallentare questa fase di apprendimento, anziché favorirla" (G.Favaro, "Né separati né invisibili"), "Deve essere chiaro che questi ragazzini non impareranno affatto l'italiano interagendo solo con gli insegnanti. Se questo è lo scopo, non è centrato" (L. Guerra, preside di Scienze della Formazione dell'ateneo di Bologna). Il pugnale dell'ultima parola, poi, all'Accademia della Crusca che già nel 2009 aveva bollato una simile scelta come "iniziativa inutile dal punto di vista scientifico e dell'apprendimento dell'italiano" (Corriere della Sera, 5 novembre 2013).
Ne manca ancora uno: lo scenario "legislativo". E' quello che dovrebbe far sintesi tra il freddo portato scientifico e i caldi principi dell'etica che reggono una società democratica, tenendo per altro conto dell'autonomia delle scuole. Insomma, che dovrebbe conciliare tutti e tre gli scenari: quello valoriale, quello scientifico e quello pragmatico. Dallo sfoglio di leggi e circolari si esce allora con le seguenti norme:
- il "principio di imparzialità" vincola le scuole ad inserire gli alunni stranieri nelle classi normali;
- il "principio di equità" sollecita - ove necessario - le scuole a mettere in atto esperienze mirate, ma comunque temporanee, di apprendimento della lingua italiana di base, propedeutiche all'assegnazione definitiva alle classi.
In sostanza, i principi democratici di uguaglianza si agganciano a quanto la scienza della formazione teorizza e tutto ciò viene affidato all'autonomia della scuola perché vi si attenga nella realizzazione dei suoi interventi. Sembrerebbe questione chiusa, ma non è così. La realtà racconta altri finali, questo - per esempio - della scuola bolognese che ha chiesto ed ottenuto l'istituzione, davvero extra legem, di una nuova classe in cui raccogliere unicamente gli alunni stranieri giunti lì, all'improvviso, un giorno di fine estate.
Ora, poiché nessuno mostra di voler scaricare sulle spalle del dirigente scolastico ogni responsabilità per quella scelta, viene conseguentemente da chiedersi dove siano da ricercare le cause di un tale sviamento. Nel dettato della legge (scenario legislativo)? Nei principi democratici che la ispirano (scenario valoriale)? Nelle teorie della formazione (scenario scientifico)?
Ovvero, nelle condizioni di agibilità dell'autonomia scolastica?


Nicola Casaburi



















































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