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22/11/2013   3  Dal Gruppo  

Opinioni a confronto sulla nota ministeriale n. 2563 DEL 22/11/2013

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

In questi mesi le scuole hanno vissuto con una certa fibrillazione il tema degli interventi con studenti in situazione di bisogno educativo speciale. Mi pare che la recente nota del Ministero da un lato confermi la prospettiva di fondo, ossia quella di accrescere l’attenzione educativa verso ogni studente; dall’altra faccia un passo in avanti verso alcune chiarificazioni. Contro il rischio, ancora molto reale, che si consideri la personalizzazione degli apprendimenti solo come una strategia ‘speciale’, la nota ne mette in luce il suo carattere portante per tutta l’azione didattica; contro il rischio di definire qualunque difficoltà presente a scuola una situazione di BES, la nota opportunamente ricorda la necessità di distinguere tra difficoltà, gravi difficoltà e disturbo; contro il rischio dell’instaurarsi di un automatismo che associ all’attestazione di una difficoltà la stesura di un PDP, la nota ricorda giustamente la centralità della competenza e della responsabilità pedagogica del team docenti e del consiglio di classe e precisa come “Il Piano Didattico Personalizzato va quindi inteso come uno strumento in più per curvare la metodologia alle esigenze dell’alunno, o meglio alla sua persona”.
Il tema dei BES, che mantiene alcuni aspetti non privi di ambiguità (a partire dal termine stesso), ha rilanciato la questione che la didattica per le situazioni speciali ha un senso pieno solo se si basa su un’azione preventiva che parta dalla didattica ordinaria, che non può essere precisata e racchiusa né in una nota, né in una circolare o una direttiva, ma neppure in una legge.

Pierpaolo Triani




La nota ministeriale n. 2563 del 22 novembre 2013 interpreta le differenze individuali secondo una prospettiva psico-medica: se le difficoltà di apprendimento, per quanto “gravi”, non determinano, in linea di massima, la predisposizione di un Piano Didattico Personalizzato, i disturbi invece, in quanto “clinicamente fondati” e “diagnosticabili”, dunque riconducibili a determinismi neurobiologici, indurrebbero all’attivazione di un percorso personalizzato che contempli l’utilizzo di strumenti compensativi e di misure dispensative. Al riguardo, la nota veicola il messaggio che la condizione stessa di allievo con bisogni educativi speciali debba essere  “certificata” e afferma che compito degli insegnanti è individuare gli studenti “per i quali è opportuna e necessaria l’adozione di particolari strategie didattiche”. Tra l’altro, anche qualora un’ipotetica diagnosi evidenziasse la presenza di un possibile BES, non riconducibile  a disabilità o DSA[1], è data piena discrezionalità al team docenti o al Consiglio di classe nel “decidere se formulare o non formulare un Piano Didattico Personalizzato, avendo cura di verbalizzare le motivazioni della decisione”.

La nota sottolinea inoltre che lo scopo delle iniziative enucleate in riferimento agli allievi con BES, non è certo quello di “abbassare i livelli di apprendimento”; pertanto, nella salvaguardia del solo principio dell’uguaglianza dei risultati, si invitano i docenti a porre in atto azioni educativo – didattiche riconducibili all’individualizzazione piuttosto che alla personalizzazione[2].

Questa lettura, tra l’altro, troverebbe conferma nel compito attribuito al Collegio Docenti di identificare, in chiave ipotetico - deduttiva, i “casi specifici per i quali sia utile attivare percorsi di studio individualizzati e personalizzati, formalizzati nel Piano Didattico Personalizzato, la cui validità rimane comunque circoscritta all’anno scolastico di riferimento”. Ci si chiede allora: che differenza intercorre tra l’individualizzazione e la personalizzazione? Se il Piano Didattico Personalizzato è infatti tale nella misura in cui “rimette all’esclusiva discrezionalità dei docenti la decisione in ordine alle scelte didattiche, ai percorsi da seguire e alle modalità di valutazione”, non vi è il rischio di considerarlo un mero adempimento burocratico? Infine, se il Piano annuale per l’inclusività rappresenta un dispositivo chiamato a rilevare “le tipologie dei diversi bisogni educativi speciali e le risorse impiegabili”, anche allo scopo di “orientare l’azione dell’Amministrazione a favore delle scuole che presentino particolari situazioni di complessità e difficoltà”, non si incorre nel rischio di favorire, negli stessi docenti, una presa in carico degli allievi con BES che sia ispirata ad un’antropologia di tipo psicomedico piuttosto che pedagogico?  Al riguardo, ci si domanda fino a che punto l’inquadrare gli studenti in  rigide categorie nosologiche sia funzionale a “neutralizzarne” le differenze.

Lucia Rossella Magistro






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