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20/11/2013   3  Dal Gruppo  

Studenti e formazione in azienda: nemmeno uno su dieci ce la fa

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

Strano Paese l’Italia. Non ha la macchina statale dei Francesi. Al confronto la nostra è una lambretta d’altri tempi. Però pretende di affidare al proprio Stato compiti analoghi a quelli svolti dall’impianto francese. Ultimo esempio i centri per l’impiego (statali, ovvio). Servono per mettere a posto il 3,5% delle persone che vi si rivolgono. Dicono perché ci sarebbero pochi addetti. Per questo si chiede a gran voce di assumere altri 13/14 mila funzionari. Precari. Naturalmente. E, paradosso nel paradosso, precari che, però, dovrebbero trovare un posto fisso a chi si rivolge loro. Non abbiamo nemmeno le parti sociali della Germania. In questo paese, ad esempio, i contratti di lavoro sono spesso di quattro cartelle. E sono soprattutto stesi a livello locale, da chi conosce dal vivo le situazioni reali dei lavoratori e delle imprese in cui lavorano. Sussidiarietà allo stato puro. Da noi, invece, siamo in media sulle 400 pagine e in alcuni casi anche sul doppio. Per di più, questi contratti, stesi a livello centrale da una astratta burocrazia sindacale e confindustriale. Se poi aggiungiamo che la normativa sul lavoro da noi è rigida, spesso coperta da leggi più che da accordi tra le parti, e che, in termini di pagine invasivamente regolamentari, il tutto raggiunge quasi la lunghezza dell’equatore, abbiamo l’idea di quanto il marchingegno,  solo per intrecciare contratti e norme e, a maggior ragione, per applicare gli uni e le altre, serva più a moltiplicare una burocrazia interpretativa ed esecutiva che a favorire davvero il lavoro. Prosperano così giudici, consulenti, uffici sindacali e ministeriali, ma in compenso si scoraggia chiunque intenda fare impresa e lavoro.
Ci si lamenta, infine, giustamente, che, da noi, meno di uno studente su dieci sia posto nelle condizioni di formarsi in azienda. Eppure sono dieci anni che le osteggiatissime leggi del povero Biagi e Moratti (le leggi: non le ipotesi o le proposte o le discussioni giornalistiche) hanno inutilmente tentato due obiettivi: a) portare a numeri europei (non si dice tedeschi perché, per noi,  sarebbero irraggiungibili anche in un secolo!) gli apprendisti che acquisiscono qualifiche e diplomi professionali dai 15 ai 18 anni; b) introdurre anche da noi la figura dello studente «alternato», cioè dello studente che dai 15 anni, nei licei o nei professionali, conduce tutta la sua formazione alternativamente in aula e in laboratorio, in scuola e in impresa, in scuola e nella reale dinamica sociale, coniugando sempre teoria e pratica, studio e lavoro, riflessione ed azione, o viceversa. Niente. A dieci anni siamo sempre a numeri da prefisso telefonico e a leggi che correggono le leggi di partenza e che richiedono, come l’ultima del ministro Carrozza, una quarantina di atti regolamentari che non si sa quando usciranno e che quando saranno usciti saranno modificati perché un’altra legge modificherà la legge che li ha adesso giustificati. Il fatto grave è che, ormai, ci è abituati a questo andazzo. Lo si reputa "normalità". E lo si chiama pure  riformismo.

Su questo tema: “Fare laboratorio” di Giuseppe Bertagna








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