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FOCUS - Non facciamo della scuola media il capro espiatorio

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

di Pierpaolo Triani*

E’ davvero curioso il modo con cui si dibatte in Italia sulla ‘scuola media’ in Italia. Ogni tanto viene posta sotto i riflettori dell’opinione pubblica per ricordarne la debolezza e la problematicità, per essere poi, rapidamente, ricollocata in una zona d’ombra in attesa di una nuova e fugace collocazione (probabilmente con toni negativi) sulle prime pagine dei giornali.
Non è stato sufficiente un intero rapporto della Fondazione Agnelli per dare maggiore consistenza e concretezza al dibattito pubblico; anche i tentativi di alcune realtà (come ad esempio Scuola e Didattica) di rilanciare un confronto sul tema che durasse oltre l’attimo sono caduti nel vuoto. Perché accade questo?
La ragione risiede nel fatto che è semplice riconoscere nella ‘scuola media’ dei punti di debolezza, tante sono le problematicità che in essa si intrecciano, di ordine metodologico, organizzativo, psicologico. E’ un bersaglio facile. Allo stesso tempo, proprio per la sua complessità, essa richiede che i nodi siano affrontati con un sguardo di insieme che richiede ricerca, riflessività, investimenti; ecco allora che si rifugge presto dal cercare soluzioni.
Se si vuole dare una direzione al dibattito, perciò, diventa importante condividere almeno alcune condizioni su cui basare un ‘ripensamento’ costruttivo della scuola secondaria di primo grado. Ne ricordo quattro
La prima è quella di smettere di fare della scuola media il capro espiatorio delle difficoltà che riguardano il sistema formativo italiano nella sua ampiezza. Se gli adulti italiani risultano i meno formati dei Paesi Ocse è alquanto semplificatorio attribuire la causa alla scuola media unica.
La seconda è quella di riconoscere il lavoro, spesso silenzioso, che le scuole hanno svolto in questo e cominciare a fare tesoro e far circolare meglio le esperienze di innalzamento della qualità che ci sono e si stanno tentando.
La terza condizione è di porre al centro l’esigenza di una maggiore flessibilità dell’impianto organizzativo con l’annesso problema dell’investimento di risorse in questa direzione; senza un lavoro in questa direzione appare alquanto difficile operare verso una didattica personalizzata, sempre più richiesta dalle famiglie, dagli studi e dalle indicazioni ministeriali.
La quarta condizione è quella di investire sulla dimensione collaborativa del profilo dell’insegnante della scuola media. E’ ancora troppo, soprattutto nel senso comune, una visione individualistica dell’insegnamento che vede al centro il singolo insegnante e la sua disciplina. Per rispondere alla promessa non ancora realizzata di una scuola capace di sostenere gli apprendimenti di ciascuno, soprattutto di quelli che partono con situazioni di svantaggio, occorre una più stretta collaborazione educativa, che non può basarsi solo sulla buona volontà dei singoli.

* Professore associato di Didattica Generale presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore; Direttore di "Scuola e Didattica”.






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